Cultura Letteratura

Erotismo e voyeurismo autoriale nel “Satyricon” di Petronio

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«Dal che si vede che più del cervello conviene far funzionare l’uccello».

(Petronio Arbitro, nella traduzione di Piero Chiara)

 

Opera più che originale nel suo genere, il Satyricon di Petronio Arbitro rappresenta un unicum nel panorama della letteratura latina. Opera non organica, ma al contrario “aperta” e che, in quanto tale, è incessantemente soggetta alle più svariate sollecitazioni e suggestioni letterarie: vi si condensa tutta la letteratura classica, che viene al contempo superata, tanto da non potersene trovare altrove un corrispettivo.

«Leggendo il romanzo di Petronio […] si respira un’aria nuova rispetto a tutte le opere latine; quella delle strade e dei vicoli, delle distese marine o campestri […], delle sale affollate di commensali sudati e vocianti, o delle solitudini sinistre in notti spettralmente lunari con i loro avventurieri, grassatori, omosessuali, prostitute, lupi mannari, o ancora degli albergucci sudici, dei mercati brulicanti di piccoli affaristi e truffatori, di dimore rispettabili abitate da signore lussuriose o da ragazzini furbastri già iniziati alle più sottili malizie dell’eros perverso» (Canali).

Il Satyricon è un pastiche linguistico (con uno stile in grado di variare a seconda dell’argomento o dell’estrazione sociale, dal basso all’aulico) e contenutistico che fa dell’ironia e del rovesciamento la propria cifra distintiva. Caratteristica ravvisabile sin dalla storia, degradazione della ricorrente trama dei romanzi d’avventura greci (genere qui scelto per il solo gusto di parodiarlo): alla giovane coppia di amanti eterosessuali se ne sostituisce una omosessuale; al rapporto casto e serio uno erotico e grottesco, il cui perno diviene la libido.

Comunque, parlare di una sessualità definita nell’opera di Petronio è più che un paradosso giacché l’ambiguità primeggia nei rapporti amorosi dei protagonisti, “multiformi” nelle reazioni e negli atteggiamenti. Si succedono così l’io-narrante Encolpio (passionale, vulnerabile, timido, curioso e violento); Gitone (romantico, insensibile, pronto ad affermare la propria indipendenza e «ai più impensabili voltafaccia, alle più audaci menzogne e pantomime»); l’immaturo Ascilto (vittima delle violenze fisiche e verbali altrui, pronto a tutto pur di sottrarre ad Encolpio l’amasio); il libidinoso, scurrile, moralmente infimo Eumolpo (l’anziano poeta dalle trovate liriche calzanti).

A dispetto delle aspettative, le scene dall’esplicito contenuto sessuale sono relativamente poche se si considera l’intera (e presunta) ampiezza del romanzo. Non deve negarsi però la forza propulsiva dell’erotismo il quale non è solo motore dell’agire dei personaggi, ma costituisce il loro unico veicolo di comunicazione.

Emblematica l’entrata in scena del poeta Eumolpo: inserendosi nel discorso condotto sulla nave, racconta dell’avventura amorosa da lui intrapresa, durante un soggiorno a Pergamo, con un fanciullo di cui era diventato il precettore.

Leggi LA NOVELLA DEL FANCIULLO DI PERGAMO

L’incipit della preghiera è molto elegante (Venere signora, se io potrò baciare que­sto ragazzo in modo che egli non se ne accorga, domani gli regalerò una coppia di colombe) e Eumolpo invoca la dea dell’amore chiedendole di intercedere affinché i suoi desideri sessuali siano soddisfatti. La fenomenologia dell’amore è, nel caso, presentata tramite un climax: il poeta riesce ad ottenere sempre di più dal giovane, dal bacio fino al totale possesso. Le invocazioni non fanno quindi che enfatizzare il meccanismo, per cui se nella prima è invocata Venere, nella seconda il poeta non si appella più a nessun dio (il ragazzino è già partecipe del gioco); infine nella terza richiesta torna a raccomandarsi agli dei affinché intercedano a strappare a questo bello addormentato il coito completo cui aspira il mio desiderio. Il ricorso alle preghiere è ovviamente sarcastico poiché non è tanto l’intervento della divinità a favorire l’assentire del giovane, ma il profilarsi dei doni che l’adulto gli darà. Il reale destinatario delle richieste è di conseguenza il puer, non sono gli dei.

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In effetti, già a partire dal secondo rapporto, il bambino è talmente ingolosito dai doni da avvicinarsi spontaneamente poiché cominciava a temere, credo, che mi fossi addormentato. È quindi la bramosia materiale che lo muove, e “meccanico” è, in tale logica, il rapporto concepito da Eumolpo: l’amore con il fanciullo non è pederastico od educativo. Tutt’altro; la relazione non ripropone quello fra pedagogo e discepolo, dal momento che non presuppone alcun tipo di iniziazione ma unicamente l’appagamento carnale del poeta narratore. Se in ogni caso di iniziazione si vuol parlare, la si può considerare soltanto di carattere sessuale dato che l’efebo, nel pieno dello sviluppo, aveva una gran voglia di farsi fare, come tutti quelli della sua età. In definitiva, è negata la pederastia, in cui l’elargizione di saggezza da parte del maestro viene corrisposta dal ragazzo che si concede, e da questo trae gratificazione in quanto si arricchisce della sapienza del partner.

Il racconto di Eumolpo sembra altresì la chiara degradazione del discorso di Pausania nel Simposio di Platone:

«essi amano teneramente il sesso per natura più forte e intelligente. E proprio da questa inclinazione ad innamorarsi dei ragazzi si possono riconoscere quanti sono posseduti con purezza da questo Eros, perché essi non amano i giovani prima che abbiano dato prova d’intelligenza. Ora, questo è impossibile che accada prima che i giovani siano abbastanza grandi da avere la prima barba. È questa l’età, io credo, in cui è bene cominciare a rivolgere ad essi attenzioni d’amore, per restare poi con loro per tutta la vita, per legare le proprie esistenze, piuttosto che abusare della credulità di un giovane sciocco, farsi gioco di lui e piantarlo poi per correre dietro ad un altro. Ci vorrebbe una legge che proibisse di amare i ragazzi troppo giovani: così non si sprecherebbero tante cure per un risultato imprevedibile. […] L’uomo che vale si pone senza dubbio da sé, e di buon grado, questa legge».

Eumolpo non ha invero alcun interesse a legare la propria esistenza a quella del giovane, anzi, in maniera tutt’altro che altruistica, abusa della sua credulità. Inoltre, il puer amato è troppo giovane e le cure del poeta sono inusuali, contandosi un dono per ogni rapporto. Il rivolgimento operato si rende ulteriormente più esplicito se si pone a confronto la vicenda di Eumolpo con quella raccontata dal brillo Alcibiade sempre nell’opera platonica: elogiando le qualità di Socrate, il giovane dichiara la sua disperata passione d’amore e il suo fallito tentativo di offrire al filosofo il fiore della sua giovinezza.

In entrambi i casi, abbiamo una coppia formata da un giovinetto e da un pedagogo-filosofo. Tuttavia, quanto è presentato da Platone è appunto rovesciato da Petronio: difatti, se nella prima vicenda è Alcibiade che cerca di sedurre Socrate (che tra l’altro non gli si concede poiché aderente ai principi precedentemente esposti da Pausania), nella seconda è Eumolpo che, ammaliato dalla bellezza del fanciullo, tenta di avvicinarvisi e di instaurare con lui un rapporto che vada oltre quello meramente pedagogico. Egli stesso lo palesa quando dice: mi misi ad escogitare un modo per divenire l’amante del figlio. Il poeta pertanto trasgredisce e rivela l’inconsistenza dell’imperativo pederastico; egli, sì, tiene lontani eventuali “avvoltoi” ma solo per evitare che un «praedator corporis», a lui rivale, sia ammesso in casa. È falsamente accorto giacché lo è egli stesso, e ardisce in ogni modo a salvaguardare l’esclusiva del fanciullo che si è conquistata.

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Date le premesse, non poteva che essere ironico il finale: non essendo il maestro in grado di portargli un dono, il bambino si indigna e rifiuta le sue avances, dicendogli: O dormi, o lo dico subito a mio padre (aprosdoketon per eccellenza). La chiave comica della scena è tutta in questa frase. Il fanciullo è a tal punto partecipe del gioco che vuole far valere le sue esigenze (Nonostante tutto, io non farò come te, vedrai: se ne hai voglia, puoi farlo di nuovoNon vuoi nulla?). Non è più il ragazzino ad essere l’oggetto del gioco, ma ormai lo è diventato lo stesso poeta che, al punto stremato dalle continue richieste, minaccia il compagno riproponendo le sue parole: O dormi, o lo dico subito a tuo padre. Proprio attraverso la sententia che chiude in modo inaspettato l’episodio, Eumolpo ridiventa casto (per sfinimento) e ripristina, con un paradosso, il modello comportamentale socratico.

Da notarsi inoltre come, pure in questo caso, il lessico sia particolarmente misurato e si lasci raramente abbandonare alla scurrilità e all’esplicitazione: mi saziai dell’intero suo corpo, senza peraltro arrivare al piacere estremo («summam voluptatem»); io potei dapprima riempirmi le mani delle sue tetti­ne lattee, poi incollarmi alle sue labbra baciandolo e, alla fine, far sfociare tutte le mie voglie in un orgasmo supre­mo («in unum»). Questo perché – in fin dei conti – l’autore non ama il turpiloquio, e ne rifugge sostituendo con sagaci metafore quanto potrebbe essere reso con un volgare luogo comune.

Il vero e proprio capolavoro di Petronio, in cui naturalmente vi sarà Eumolpo protagonista, è però l’episodio di Crotone, in cui emerge tutta la fantasia erotica dell’autore.

Leggi L’EPISODIO DI CROTONE

Anche in questa situazione, Petronio si contraddistingue per la “verginità” e purezza linguistiche. La componente sessuale del racconto è tutta nascosta dietro alle eleganti e garbate perifrasi: l’educazione sessuale è paragonata ai precetti di carattere morale («praeceptis salubribus»), mentre il membro maschile è quel considerevole segno di bontà («commendatam bonitatem»). Ciò nonostante, il genio dell’autore si estende alla narrazione. Giustificando la scelta della posizione con i propri malanni fisici, Eumolpo è in grado di fondere il rapporto eterosessuale con quello omosessuale e mostrare appieno l’ambiguità che gli è propria. L’anziano poeta non trae così piacere solo dalla consumazione carnale con la fanciulla, ma anche dall’indiretto contatto che istituisce con Corace, il quale, posto sotto il letto, ha il compito di muoverlo in basso e in alto. L’orgiastica rappresentazione è perdipiù rafforzata dall’interesse che Eumolpo nutre nei confronti di Encolpio, un bel bocconcino di fanciullo, e da quello mostrato da quest’ultimo per il figlio di Filomela. Proprio l’io narrante tenterà di sedurre il fanciullo espertissimo, ma il tentativo si rivelerà fallimentare a causa dell’intervento del dio Priapo che, avverso a Encolpio, ne causerà l’impotenza.

La performance sessuale, per quanto potente e sorprendente nella propria costruzione, non ritrova la propria forza tanto nel consumo dei corpi, bensì nella sua essenza di spettacolo estetico, al contempo fonte di ammirazione e fascinazione sia per il fanciullo (che voyeuristicamente osserva la scena) sia per i suoi partecipanti. Cosa è cruciale nelle scene a sfondo erotico non è infatti l’esposizione dei genitali, ma la recita che le figure – attori, autore o gli stessi lettori – compongono in modo assai bizzarro e grottesco.

Al tradizionale voyeurismo sessuale dei personaggi (v. in tal senso l’episodio della sacerdotessa Quartilla) si accompagna la presentazione contemplativa e distaccata dell’autore. «L’erotismo è spesso nel “Satyricon” puro gioco: non è mai compiacimento o desiderio di denuncia o di scandalo» (Canali). Per ciò si può parlare di voyeurismo autoriale.

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Non v’è dubbio, in realtà, che Petronio si diverta raccontando le vicende, eppure mantiene nei confronti di questo vivace mondo un atteggiamento di signorile distacco, senza alcun coinvolgimento o compiacimento. Lo descrive, non a caso, con particolare ironia e disincanto, non giudica, non è un moralista né uno scrittore immorale: non c’è senso del bene e del male (cfr. Ciaffi). È semplicemente indifferente della materia. Una situazione sublime e una scabrosa non fanno ormai più differenza all’interno di una società (come quella del principato di Nerone) in cui il vizio è diventato un’abitudine. Di essa Petronio assume quindi il punto di vista e non fa altro che restituire, con imperturbabile ironia, i diversi aspetti di una realtà resa per mezzo della propria capacità sintetica di osservazione e impareggiabile mimesi di stile, lessico, sintassi e ritmo narrativo.

L’elegantiae arbiter registra come i valori della sua tradizione (di aristocratico, stando al racconto di Tacito negli Annales) siano stati abbattuti dagli arrivisti e dagli arricchiti senza grazia; tuttavia, non prova disprezzo per questi e, fascinato dalla ricchezza del loro sostrato umano, si limita a narrare del corso dei tempi. «[C]ome un realista moderno, pone la sua ambizione artistica nell’imitare senza stilizzazione un qualsiasi ambiente d’ogni giorno e contemporaneo, e nel far parlare alle persone il loro gergo» (Auerbach). Lo stile basso pertanto diviene nel realismo strumento per rappresentare le classi più umili, comunque mantenendo quella posizione alta e gaudente che si confà all’élite. Dimostrando così piena consapevolezza delle forze storico-politico-economiche e della crisi della prima età imperiale. E moralismo e retorica sono inconcepibili con l’idea, che Petronio condivide, della realtà quale sviluppo di forze. «Nella sua opera mai verista, in quanto sempre tenuta sul sottile filo della fantasia, non v’è mai una sfumatura di sprezzo, e semmai un diffuso, amaro sorriso di aristocratico sconfitto» (Canali). Il passato non è più, e di questo Petronio è cosciente.

di Luca Zammito


Bibliografia:

Auerbach, Erich, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Giulio Einaudi Editore, Torino 1956

Canali, Luca, L’erotico e il grottesco nel Satyricon, Laterza, Roma-Bari 1986

Canali, Luca e Pellegrini, Maria, Erotismo e violenza nell’antica Roma, Piemme, Casale Monferrato 2005

Ciaffi, Vincenzo, Il realismo di Petronio, introduzione a Satyricon, a cura di V. Ciaffi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1967

Conte, Gian Biagio, L’autore nascosto. Un’interpretazione del Satyricon, Il Mulino, Bologna 1997

Dimundo, Rosalba, Da Socrate a Eumolpo. Degradazione dei personaggi e delle funzioni nella novella del fanciullo di Pergamo, Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici No. 10/11, Fabrizio Serra Editore, Pisa 1983

Garbarino, Giovanna, Letteratura Latina, Paravia, Torino 1992

Gill, Christopher, The Sexual Episodes in the Satyricon, Classical Philology Vol. 68, No. 3 (July, 1973), The University of Chicago Press

Petronio Arbitro, Satyricon (introduzione di F. Roncoroni e traduzione di P. Chiara), Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969

Petronio Arbitro, Satyricon (introduzione, traduzione e note di A. Aragosti), BUR Rizzoli, Milano 2013

3 commenti su “Erotismo e voyeurismo autoriale nel “Satyricon” di Petronio

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