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Il lato oscuro del terzo millennio

Un numero sempre crescente di persone si interroga sui mali del proprio tempo. Dove cominciare a cercare le risposte?

È difficile tracciare un ritratto, per quanto consapevolmente parziale e imperfetto, della condizione dell’Uomo in un qualsiasi momento della Storia. Figurarsi quello presente, ancora in divenire. È arduo capire quali considerazioni e impressioni vengano da sé stessi e quali derivino dall’esterno, e stabilire quali sono frutto delle proprie illusioni, rimozioni, proiezioni e quali invece rispondano al vero. Ognuno, nel suo piccolo, fa quello che può.

Certo, spesso esistono delle certezze, anche inconsapevoli, che sono condivise da molti. Talvolta si tratta di luoghi comuni, altre volte di un sentire più profondo, che in qualche modo sgorga dalle profondità della nostra anima in risposta agli stimoli analoghi a cui vengono sottoposte persone diverse in una stessa epoca. I luoghi comuni hanno un’origine simile, ma la loro fonte è piuttosto quel coacervo di pregiudizi e autoinganni presente in ogni individuo, in misura diversa a seconda di quanto sforzo e quanta abilità si impieghi nel combatterlo.

Fra le “certezze dell’anima” si potrebbe annoverare, ad esempio, quel “sentimento di decadenza” che da qualche anno sembra pervaderci un po’ tutti, quasi subliminale eppure inconfondibile. Sono svanite come polvere nel vento le rosee speranze degli inizi di questo millennio, quando l’Occidente aveva vinto la Guerra Fredda e pareva in grado di propagare la propria libertà e prosperità in ogni angolo del mondo, incrementandole indefinitamente, mentre la nascente civiltà informatica, e il suo incessante progredire, faceva presagire l’avvento di società futuristiche e meravigliose, fino ad allora riservate all’immaginazione di alcuni visionari. Allora, sembrava di aver finalmente imboccato il sentiero verso una nuova età dell’oro, sempre più radiosa e affrancata dalle sofferenze. Oggi, chiunque si soffermi a considerare il tempo in cui vive, lo vede come un corpo martoriato da ferite perlopiù insanabili, mentre il futuro è il regno delle ombre. Un tale cambiamento delle nostre prospettive di individui e delle nostre condizioni storiche ha radici profonde. Molto è cambiato, in noi e nel mondo. Svariate certezze sono cadute, e molti mali da tempo in incubazione si sono manifestati.

I gruppi dirigenti della politica, dell’amministrazione e dell’economia, coloro che avrebbero dovuto guidare la grande ascesa dell’Occidente, si sono dimostrati, con poche, sporadiche eccezioni, dediti a continue frodi ai danni della collettività, o in alternativa incapaci sia di affrontare le problematiche poste dal contesto in cui si trovavano a governare, sia di porre un argine alla propria dilagante corruzione. Non è accaduto solo in questo Paese: basti pensare agli intrallazzi fra politici americani e relative lobby e corporation, alla scarsa intraprendenza di molti governi e burocrazie europee su disparate problematiche, agli sporchi raggiri di svariate multinazionali. Una tale putrefazione morale dei vertici ha naturalmente incoraggiato quella già presente nel basso, complicando ulteriormente la situazione. Al di fuori dell’Occidente, poi, si oscilla il più delle volte fra la tirannia e la barbarie, o, per esprimerci in termini più moderni, fra la dittatura e l’anarchia, le quali non eliminano certo la corruzione e l’inettitudine fra i potenti, ma le fanno passare in secondo piano.

La scienza e la tecnologia non sono state certo immuni all’asservimento a fini poco puliti, mentre le loro conquiste hanno avuto di frequente risvolti negativi: è quello che sta accadendo con le sempre più sofisticate tecnologie di automazione, che stanno togliendo lavoro e reddito ad un numero sempre maggiore di persone, per la convenienza di pochi; è quello che è accaduto con Internet e i social network, i veri pilastri sociali della nostra civiltà digitale, i quali da un lato ci hanno fatto avvicinare paurosamente agli scenari tracciati da George Orwell nel suo 1984, per via dei Big Data e della sorveglianza di massa, mentre dall’altro hanno finito di liquefare la nostra società. Nati come i più favolosi mezzi per consentire a chiunque di diffondere ovunque, e liberamente, informazioni ed idee, non solo si sono rivelati, com’era prevedibile, in grado di diramare altrettanto bene la menzogna e l’errore, senza alcun tipo di controllo, ma hanno comportato un inquietante trasferimento di ampie porzioni della nostra vita in una dimensione virtuale. Hanno impoverito i rapporti umani. Hanno tolto spazio alla riflessione e all’introspezione, perché esse non possono sussistere quando si è preda del continuo frastuono di input superficialmente allettanti. Hanno risucchiato energie all’azione, poiché agire in concreto è rischioso e faticoso, ed è più comodo sfogarsi con pseudo-azioni in un mondo immateriale, dove per sentirsi realizzati basta raccogliere pubblico: quanti individui, anziché inseguire i propri sogni, affrontare i propri demoni o fare nuove esperienze, si costruiscono un ambiente virtuale rassicurante in cui dimenticare la propria vera vita e natura, un ambiente che è allo stesso tempo il più efficace distrattore della Storia e la loro più subdola gabbia?

Questo è, più o meno, il contesto oggettivo in cui si trovano immersi coloro che vivono nei Paesi avanzati. Molti individui sono isolati, soffocati da un contesto sfavorevole oltre che dalle proprie personali traversie, ingannati e manipolati. I potenti opprimono, i valori vacillano e lo sviluppo tecnologico ci aliena sempre di più. Non è certo la prima volta nella Storia che ci si ritrova in una situazione del genere, ma di rado è successo in proporzioni così macroscopiche e allarmanti.

Ad ogni modo, ciascuno di questi avvenimenti da solo non basta a spiegare nulla, nemmeno sé stesso, e tutti insieme costituiscono solo una parte del quadro più vasto della nostra condizione: più precisamente, la parte “materiale”, oggettiva, che implica la presenza di una parte “spirituale”, soggettiva. Forse i termini non sono propriamente corretti, ma si avvicinano abbastanza al concetto: perché, se è vero che il peggiorare della congiuntura storica ha alterato la nostra psiche di animali sociali, forse è altrettanto vero che le cause prime di un tale mutamento vanno ricercate dentro di noi.

Obiettivamente, la nostra condizione materiale è comunque migliore di quella di tutte le generazioni del passato. Eppure, spesso ci sentiamo quasi altrettanto insoddisfatti quanto i nostri disconosciuti fratelli delle più vessate e immiserite regioni del mondo, i quali hanno ragioni ben più concrete per dolersi della propria sorte. Ne consegue che la fonte della nostra sofferenza è e rimane prettamente psichica. La sua falda, sotterranea e avvelenata, va fatta risalire a un male nato qualche secolo addietro, assieme alle società edificate dalle Rivoluzioni Industriali e dei sistemi di pensiero che le hanno precedute e accompagnate. Da allora, questo male ha avuto un’evoluzione incessante. In tempi diversi, in tanti ne hanno parlato, lo hanno analizzato, rivoltato, elaborato, sperimentato: filosofi come Zygmunt Bauman, psicologi come Carl Gustav Jung, e poi artisti, poeti, sociologi, storici. Non ha nemmeno un nome, solo tante definizioni in grado di abbracciarne di volta in volta una piccola parte. È stato chiamato allontanamento dalla natura, corrosione del legame con il passato, materialismo, razionalismo esasperato, distacco dalla nostra anima primitiva, alienazione. In generale, si tratta dell’atteggiamento imperante della nostra moderna civiltà senza precedenti, che ci induce a trascurare le intime connessioni con le epoche trascorse, con la nostra dimensione interiore e con il mondo della natura, per rivolgerci con attenzione ossessiva al presente, per inseguire un’arida, insulsa esteriorità, e per abbandonarci in modo acritico, come civiltà e come individui, al progressivo inglobamento del campo d’azione dell’essere umano da parte delle macchine.

In questi anni ci ritroviamo asfissiati da una società che non solo non pare offrire grandi prospettive, grandi battaglie, grandi idee, ma che spesso e volentieri da un lato interpone fra gli individui e le loro esperienze un etereo ambiente fatto di bit, oltre che a limitazioni economiche, sociali, culturali di ogni tipo, mentre dall’altro non contempla nemmeno la possibilità di un cammino interiore. Come stupirsi, se il mondo va come sta andando? I più eccelsi conoscitori dell’animo umano ci hanno insegnato che il materialismo, l’utilitarismo, il narcisismo superficiale non sono parole vuote: sono condizioni della mente che vivono in noi, e che ci hanno resi analfabeti al linguaggio della nostra vera, intima natura. Ne è un sintomo la singolare carenza di quei pensatori, quegli artisti e quei geni che hanno costellato la Storia fino a poco fa, dando linfa allo sviluppo umano, donando grandezza e alle vite dei popoli e dei singoli e riaccordandoci con ciò che si trova celato nei recessi della nostra interiorità. Con la nostra attuale visione del mondo, cinica quant’altre mai, persone del genere non verrebbero nemmeno derise o perseguitate come accadeva un tempo, ma verrebbero semplicemente ignorate con un sorriso di compatimento. Nondimeno, sono davvero in pochi a dirsi soddisfatti di questi anni, contenti di essere comandati da capi ridicoli e disastrosi, senza spessore, di vivere ogni giorno circondati da stupidaggini, ignoranza e squallore, di udire sempre gli stessi vacui ritornelli sui problemi dell’attualità, con relazioni sociali impoverite, scenari di vita miserabili, sogni infranti in partenza, e fuori e dentro di sé due mondi che attendono e ben di rado vengono raggiunti.

Invertire la rotta

Se è complicato afferrare la portata di un tale marasma, a maggior ragione lo è orientarsi in mezzo ad esso, per chiunque. Tuttavia, su qualcosa è forse possibile riporre un’(ir)ragionevole certezza: quel sentimento di decadenza, quel mal du siècle, che sembra coglierci ogni volta che spingiamo il nostro sguardo aldilà del nostro orizzonte privato. È arduo spiegare cosa si percepisca per suo tramite, in cosa consista questa dissonanza. È simile a ciò che accade nella musica, in una melodia complessa e articolata, in cui basta una variazione di pochi accordi, poche note, o addirittura pochi semitoni, per cambiare completamente il sentimento che la anima. Ecco che ora la melodia del nostro tempo, prima vivace e radiosa, sfolgorante di entusiasmo come un sole che sorge, si è fatta malinconica e turbolenta, distorta da una nota di sofferenza. Oscuri motivi ignoti sono comparsi e acquistano sempre più sonorità e potere, mentre la melodia originaria pulsa in risposta.

Quello che dobbiamo evitare è che una tale “deviazione” diventi permanente. Innumerevoli filosofi e storici sostengono che la Storia è fatta di crisi, inquadrate in più ampi percorsi di crescita e declino, a loro volta parte dell’immenso cammino dell’evoluzione umana, un’evoluzione di cui non sappiamo se ci stia avvicinando a Dio o al demonio, oppure se stia serpeggiando tra i due. Forse il compito di ciascuno, in un periodo come il nostro, è di “riequilibrare”, di far sì che gli eventi non procedano inarrestabili verso la catastrofe, e che un giorno il cammino di tutti si rivolga nuovamente a una direzione migliore.

A detta degli esperti, sfide senza precedenti si profilano all’orizzonte: fra queste, l’apocalisse più concreta e meno considerata della storia, quella climatica, e la probabile futura comparsa di intelligenze artificiali che metteranno in discussione il ruolo degli esseri umani. Dovremo essere pronti.

Dovremo guardarci intorno con più attenzione, e riprendere a guardarci dentro. Ogni riflessione personale seria è un buon punto di partenza per cambiare la propria vita e il mondo. L’importante è iniziare: persino un pugno di parole sincere può essere la giusta scintilla.

di Alessandro Vigezzi

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