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Ode a Roma e alle sue luci

Lo scontro sull’illuminazione pubblica della Capitale continua, tra le mille problematiche di una città tuttora fra le più belle del mondo.

Roma di notte è meravigliosa e seducente. In un grande numero di città il passato è ancora presente sotto forma di monumenti e quartieri storici, e in un numero ancora maggiore è presente una vita notturna, ma di rado questi due elementi si combinano in un trionfo paragonabile alle notti romane.

A Roma il tramonto non termina con l’arrivo del crepuscolo. Il sole, nella sua caduta oltre l’orizzonte, non trascina con sé tutta la sua fantasmagoria di arancioni riflessivi, di ocra splendenti, di pallidi celesti. Prima che il buio appaia ad oriente, pronto a invadere il cielo, sembra compiere un ultimo sforzo, e con un alito infuocato fa brillare una miriade di piccoli falò elettrici. In questo modo, una luce dorata permane per le vie della città, aleggiando fra i palazzi, acquistando maggior fulgore e consistenza, per contrasto, man mano che il cielo si oscura e il buio si infittisce. Se vi è una coltre di nubi, meglio ancora: anch’essa si accenderà di riflessi aranciati, e il tramonto sarà davvero perenne.

Nelle grandi arterie stradali come nelle vie più fuori mano, il traffico rallenta a poco a poco con il passare delle ore, come sospinto dagli ultimi battiti di un cuore morente. Le luci dei fanali si diradano sempre di più fra la calda luminosità dei lampioni, delle finestre, delle vetrate dei locali. Si perdono, simili a tenui bagliori di astronavi in una immensa galassia di stelle.

Nei grandi viali del centro il ritmo si fa più rilassato. Nuove folle affluiscono, disperdendosi fra le piazze già gremite di gente e l’intrico dei vicoli rionali. Persone provenienti da ogni angolo di Roma e del mondo vengono tutte accolte dallo stesso tepore ospitale, e l’allegro scalpiccio dei loro passi viene sovrastato dall’esuberanza delle risate, dei richiami, delle voci. Accenti difformi, intonazioni dissimili, idiomi dalle cadenze più disparate rimbalzano sui muri dei palazzi, e rifrangendosi si mescolano in un unico flusso di modulazioni dissonanti, dal volume e dalla tonalità sempre variabili. È la fragorosa musica dell’Urbe, l’anima di ogni quartiere. Voci chiocce e squillanti, roche e pastose, gravi e stridule, concitate e spensierate, formano tutte insieme un vivace brusio che risuona gioioso, e induce ognuno a sentirsi partecipe, nel proprio particolarissimo modo, della splendida serata.

Volti di ogni colore, dalle espressioni più diverse, vengono tutti indorati dalla medesima calorosa luce ambrata, che ne rallegra gli sguardi e ne ammorbidisce i tratti. Pare tangibile come l’aria che tutti respirano, carica di aromi di ogni genere, che si addensano solo per essere dispersi, di volta in volta, dal lieve spirare del vento tra gli edifici.

È in quel momento che Roma si apre di fronte a chi la percorre, vasta e magnifica. La notte è giovane, le vie senza fine. Si può vagare per ore e ore, in lungo e in largo, senza avere un preciso scopo in mente e senza mai stancarsi. Ci si può abbandonare alla pura contemplazione, confusi tra la folla o raminghi per strade meno frequentate. Si può camminare fra i monumenti che si ergono solitari, a rispettosa distanza l’uno dall’altro, possenti e maestosi. Sospesi in quel fastoso, fiammeggiante chiarore, ogni loro pietra sembra intrisa di antichi ricordi, silenziosa testimone dello scorrere dei secoli e delle moltitudini.

La scura vegetazione dei parchi e delle strade, i palazzi ariosi e imponenti, lo scrosciare delle fontane scolpite, le arcate, i templi, le chiese, i caseggiati d’epoca dalle pareti istoriate, i selciati consumati da innumerevoli passi si rivelano infine come parte dello stessa immensa creazione, intessuta di segni millenari, di passione incisa su pietra. Si ha allora la sensazione di essere capitati nel mezzo di una colossale opera d’arte, ma non statica e immobile come quelle esposte nei musei, bensì viva, anzi brulicante di vita. Si comprendono i secoli concorsi a plasmare una simile, multiforme bellezza, così sincera e spontanea che la si riterrebbe un prodotto della natura, scaturito dall’incrocio di visioni di poeti e architetture d’imperi.

Passanti romani, abituati ad ogni beltà, viaggiatori che si addentrano per la prima volta in un tale miracolo, tutti capiscono di trovarsi non in una qualunque metropoli, ma nell’aurea luce della Città Eterna, dove le vite dei singoli si intrecciano ai più grandi destini mai concepiti, dove il passato cammina sognante al tuo fianco, e insegnando incanta. E quel lucore! Quella lucentezza color topazio, che si diffonde da migliaia di lumi in liquide cascate e aloni insinuanti, che avvolge e accarezza ogni cosa e ogni persona, così delicata e accogliente, così apparentemente ordinaria… Quell’ardore, che sembra farsi simbolo e paradigma di ciò che rischiara, soffuso e sfarzoso, nobile e umile, gradevole fuoco di camino, espressivo come il chiaroscuro sul volto di un attore, rende realmente possibile al passato di rivivere nel presente, e agli individui di fondersi con la loro Città. La Città Eterna. In quanti, fra coloro che vi abitano, non si sono mai abbandonati, almeno una volta, al suo impareggiabile fascino?

Una pallida rovina

Immaginiamo ora che, come nelle antiche leggende, qualcuno, per malignità o indifferenza, voglia o non si preoccupi di deturpare, per i suoi fini, un capolavoro del genere. Immaginiamo pure che giunga un siffatto stregone, proprio nel magico momento del crepuscolo, e si ritrovi di fronte lo spettacolo che conosciamo. Supponiamo che questo stregone non desideri che sia scalfito nessun corpo animato o oggetto inanimato, e che tutto rimanga così com’è, e ciò nonostante voglia rovinare per sempre quella notte mirabile. In tal caso, gli basterebbe alterare una sola cosa. Un elemento immateriale. La luce.

Levando il braccio getta la sua malia. All’istante, in rapidissima successione, i lampioni perdono la loro languida incandescenza ed iniziano a emettere bianchi fiotti di luce cadaverica. Il maleficio si propaga, e l’uno dopo l’altro tutti i quartieri soccombono. Il biancore si espande, inarrestabile come un maremoto, e alla fine anche l’ultimo lume viene convertito.

Sopravviene un attimo di quiete assoluta. L’intera metropoli fissa sgomenta la sua nuova, pallida veste. Alcuni cercano di distogliere lo sguardo e di tornare alle loro faccende; altri procedono in apparenza indifferenti, ma con un’ombra in più sui loro pensieri; altri ancora non si capacitano della metamorfosi, e provano un disgusto che rasenta la ripugnanza.

Ovunque vi sono fasci di luce livida e accecante, che feriscono gli occhi mentre lasciano tutto il resto nella tenebra più nera, salvo un diafano, spettrale albore che si riflette sui muri degli edifici. Possiamo raffigurarci il nostro fantomatico stregone mentre si frega le mani soddisfatto: l’Urbe non è più la stessa. Ora, in quella smorta radianza, i palazzi appaiono cupi e tristi, le fontane fredde, le statue assumono fattezze quasi demoniache, mentre i monumenti non sembrano altro che spaventose rovine, tenute in piedi da qualche innominabile sortilegio.

Una Roma del genere potrebbe forse ispirare Edgar Allan Poe o Bram Stoker, se fossero ancora fra noi, tuttavia non solo non sarebbe più capace di effondere la sua cordiale opulenza, di cui tutti i romani sono innamorati, ma non riuscirebbe a sprigionare altro che un’irritante, distaccata freddezza mista a una sottile inquietudine.

Il fatto peggiore è che Roma ha seriamente rischiato di diventare così. Non per colpa di uno stregone. L’identità dei responsabili si cela infatti tra i meandri dell’amministrazione capitolina e delle società ad essa legate. Da più di un lustro era in embrione il piano di rimpiazzare la vecchia illuminazione pubblica con la tecnologia Led, ma soltanto l’anno scorso le operazioni sono state avviate su grande scala.

Non si può dire che i funzionari preposti non fossero mossi dalle migliori intenzioni. Durante il poco pubblicizzato annuncio del progetto, gongolavano trionfanti, incensando il risparmio del 55% sui costi dell’energia, l’appalto da 48 milioni di euro recuperabili in pochi anni, il miglior rapporto consumo-efficienza, la gradazione di colore ottimale per le telecamere di sorveglianza che ci spiano ormai da ogni incrocio. In una città come Roma, l’aspetto estetico è ovviamente secondario. Non è certo la bellezza ad attirare milioni di visitatori ogni anno, a conferire prestigio alla capitale di un paese grottesco e corrotto, a spingere i romani a voler bene alla loro città nonostante tutte le incurie, gli scandali, le difficoltà. La bellezza si può sfregiare impunemente, in nome dell’utile, persino quando è palesemente utile.

È superfluo ricordare come quei famosi 48 milioni avrebbero potuto essere investiti, e riguadagnati con interessi astronomici, rendendo finalmente Roma all’altezza delle altre metropoli europee nei trasporti pubblici, nella pulizia stradale, nella raccolta e nella gestione dei rifiuti, nella cura del verde pubblico, nella sistemazione delle periferie, delle scuole, delle aree più degradate, e nella risoluzione di una miriade di altre problematiche assai più serie, in modo da rendere l’Urbe più vivibile, più appetibile, più dignitosa, e, insomma, per onorarla come la sua incomparabile storia merita, per la felicità e il benessere di tutti coloro che ci vivono, sia pure per un giorno.

Perdipiù, i risparmi avrebbero potuto essere del 70% mettendo quantomeno dei LED dal colore più caldo, mentre d’altronde sono in fase di sviluppo tecnologie di illuminazione innovative, ugualmente risparmiose e assai più gradevoli allo sguardo per tonalità e intensità. Quanto alle telecamere, possono anche andare al diavolo, ché tanto qualsiasi criminale per non farsi riconoscere può semplicemente indossare un cappuccio e uno scaldacollo, o un passamontagna alla vecchia maniera.

Tuttavia, queste naturali obiezioni non sono state avanzate, e la sostituzione ha potuto iniziare senza eccessivi clamori. Le periferie sono state le prime vittime, seguite dalle zone residenziali intorno ai quartieri storici. Qualcuno ha protestato debolmente. Qualcun altro si è rassegnato a ciò che riteneva inevitabile. Quando però i funerei LED hanno iniziato a invadere i rioni del centro, la protesta, a lungo sottaciuta, è esplosa con una certa veemenza. I residenti e i comitati di quartiere si sono rivoltati contro le “luci da obitorio”. Commercianti e imprenditori hanno lamentato l’impatto negativo sul turismo. In alcune zone, si è assistito alla singolare protesta di centinaia di abitanti che hanno ricoperto i davanzali delle loro finestre di lumi, lucerne e candele, a enfatizzare lo stridente contrasto fra il vecchio colore e il nuovo orrore. Dopo le critiche del FAI (Fondo Ambiente Italiano) e del New York Times anche le giunte municipali si sono risvegliate dalla loro apatia, e il braccio di ferro con il Comune è iniziato.

Leggi l'articolo di Repubblica sulle reazioni alla nuova illuminazione

A concludere per ora la vicenda ci ha pensato la Soprintendenza, mai consultata dal Comune per il via libera previsto dalla legge e rimasta immota (o forse cieca) durante tutte le fasi successive. Il progetto è stato duramente contestato ed è stato imposto, come minimo, il ripristino della precedente illuminazione almeno all’interno delle mura aureliane, in attesa di una più massiccia revisione. Ora tutto è bloccato fino alla conclusione del vertice fra Comune, ACEA e Soprintendenza. Avrebbe dovuto verificarsi entro la fine di Aprile, ma per ora nulla trapela e tutto tace. 

Ora il maleficio si è arrestato, e lambisce il cuore dell’Urbe. Nel mezzo di una serie di urgenze sempre più gravi, dalla paralisi nello smaltimento dei rifiuti agli incendi di autobus e di fabbriche di materie plastiche appena fuori dalla città, i bianchi lumi sono stati confinati fuori dal centro. Assediano le mura aureliane, come i barbari di Alarico più di 1600 anni fa. Sono la metafora della nostra inerzia, dell’ordinaria follia di chi governa, a tutti i livelli. Sono metafora del ridicolo sbando di una città gloriosa che è riuscita più e più volte a fare del buon governo la sua arma vincente fra guerre, saccheggi, sommosse, disastri naturali, devastazioni, congiure, invasioni, carestie, inondazioni, miseria, epidemie. Adesso, invece, in tempo di pace e con valanghe di denaro inghiottite e sperperate, non riusciremmo a pulire le nostre strade senza il contributo di alcune associazioni di migranti volenterosi (in Africa certe norme igieniche non le hanno ancora smarrite), che per pochi spicci e per un ancor più piccolo riconoscimento fanno ogni giorno quello che ormai si fa solo ogni tanto, e per mera propaganda. Non contenti, siamo persino riusciti nella lodevole impresa di deturpare, per la modica cifra di 48 milioni, il volto di una città che da molti secoli non aveva mai smesso di abbellirsi. Sarà divertente leggere quello che scriveranno di noi, nei trattati di storia del futuro.

Alcuni lampioni splendono bianchi, altri gialli. Le menti di molti non splendono affatto. Quanto durerà l’incantesimo di Roma? Nel centro si può ancora sognare, in periferia tutto vacilla. Alcuni lampioni si spengono e non si riaccendono più. Nel buio, la Città Eterna ride sommessa. Ne ha viste di peggiori, supererà anche questo.

di Alessandro Vigezzi

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