Cultura Letteratura

Diego Cugia dice “No”

Nel suo romanzo d’esordio, lo scrittore, regista e giornalista di ascendenze sarde ci parla di un mondo che conosce per esperienza, quello dei media, proiettandolo in un futuro prossimo e distopico. Una storia pubblicata nel 2001, ancora in piena epoca televisiva, ma che risulta tanto più profetica e inquietante nel presente dominio della Rete.

Lo stile semplice ed equilibrato di Diego Cugia disegna una lucida e impressionante critica alle contraddizioni e alle ipocrisie di una società che si propugna come sostenitrice dello stendardo della libertà e della felicità, quando furbescamente opera in senso opposto; il suo romanzo “No” racconta con coraggio e rammarico il marcio che ispira le iniziative televisive, la mala informazione dei giornali e dei telegiornali e le nuove generazioni che crescono nell’indifferenza, tra l’abbraccio materno della televisione e i valori dei giochi giapponesi.

Tutto questo e tanto altro lo troverete su Cookies, il programma di punta della Grande Rete Interattiva, condotta dallo sregolato, eccentrico e amato presentatore Alexandros, detto “il Principe”, coadiuvato dalla sua fedele assistente Lesbia, nativa del Madagascar, cresciuta a Parigi e specializzata in fotografia ad Osaka. Nella puntata di oggi i due commilitoni sono gentilmente piombati nella casa appartata di Speranza Adamoli, nell’isola greca di Anthikythera, nella quale la professoressa quarantenne si era trasferita diciassette anni prima. Dopo averle dato un biscotto avvelenato e averle incollato degli elettrodi sulla fronte, Cookies trasmetterà in diretta televisiva la sua intera vita, per scoprire il motivo che la condusse a trasferirsi nell’isola greca. Sarà poi il giudizioso pubblico del programma a votare, in nome della democrazia e del bene comune – dovrà pur soffrire qualcuno per far star bene gli altri –, se la vita di Speranza Adamoli è stata degna di essere vissuta.

Cugia riproduce allora la vita della donna come in un vero programma televisivo, attraverso interventi dei presentatori e stacchi pubblicitari, creando uno scontro tra due realtà. Il lettore assiste alla vita quotidiana della professoressa mentre tenta di educare una classe di studenti alla solidarietà, all’amicizia e alla comprensione, all’altruismo e alla rivolta, a non rassegnarsi di fronte alle ingiustizie e a voler ottenere dei cambiamenti; insegna loro a dire “no”, a non accettare il potere schiacciante delle multinazionali e delle reti televisive, a non conformarsi pur rischiando di essere ritenuti “strambi”. Attraverso le parole e gli insegnamenti di questo personaggio, Cugia esprime la sua critica alla società.

Speranza parla di una “dittatura invisibile”: quella dei messaggi pubblicitari, della televisione, dei telefonini, che genera nuovi bisogni per offrire nuovi prodotti, che impone ritmi lavorativi alla lunga insostenibili e stili di vita sempre più rapidi, dove tutto viene consumato con maggiore velocità, dai pasti nei fast food ai prodotti del mercato; ci dice come il “malessere” materiale abbia annebbiato la capacità di sviluppare una visione critica della società e come abbia reso i giovani apatici e insensibili, distratti, e tutti presi da se stessi e dalla loro vita. Tutto questo ha reso le nuove generazioni incapaci di reagire ai soprusi, pronti ad accettare ogni ingiustizia pur di mantenere al sicuro il loro modo di vivere. È una generazione di conformisti, in balìa dei programmi televisivi e dei prodotti a buon mercato, che si è adagiata a vivere comodamente nella bolla asfissiante del benessere materiale, alla quale nessuno è disposto a porre alcun limite.

Speranza non risparmia neanche i genitori di questa generazione. Sono loro i veri colpevoli. Essi permettono che i loro figli vengano cresciuti e istruiti dalla televisione e tentano in ogni modo di salvaguardare la loro incolumità, insegnando loro a pensare a se stessi e al loro benessere, piuttosto che a mettersi a lottare contro le multinazionali e la televisione: la quale è una partita persa in partenza, e bisogna accettare le cose così come stanno.

Ciò nonostante, in questo mondo esiste ancora una “speranza”. Quando invece si torna sul set di Cookies, gli insegnamenti dell’Adamoli sembrano essere falliti. Si entra in un mondo caotico e allucinante, in cui la violenza è legittimata dallo spettacolo. Anche il linguaggio sembra aver perso la sua razionalità e la nazionalità dei personaggi non è più ben definibile: la lingua parlata dal Principe e dai suoi collaboratori è un infuso di espressioni di lingue diverse, accoppiate alla rinfusa, e le origini dei personaggi sembrano derivare da una curiosa combinazione di differenti nazionalità e culture. Tuttavia, l’incontro tra queste diversità culturali sembra degenerare in un atteggiamento nichilistico piuttosto che in un arricchimento morale, nel quale le azioni dei personaggi sono prive di un significato che vada oltre la mera apparenza (come quando il Principe si diletta nella meditazione prima di andare a orinare sul pavimento di Speranza in diretta mondiale).

Il mondo immaginato da Cugia ha perso i confini degli Stati e le differenze culturali e linguistiche, e ha finalmente portato a termine il lungo processo di globalizzazione, riuscendo a creare un calderone di confusione e indeterminatezza, nel quale prevale un atteggiamento di anarchia morale. Sul set di Cookies, Speranza è nuda e immobile, distesa su un divano, mentre il Principe fuma un sigaro imbevuto di acidi, si abbandona in danze tribali su musiche remissate e rilascia il suo sperma durante amplessi sessuali sopra la sua bella pantera nera Lesbia; con un vecchio bastone da passeggio distrugge ogni ricordo custodito nella casa della professoressa e deride i sentimenti che quei pochi oggetti contengono.

Questo Principe si presenta avvolto in un mantello composto da mini schermi sintonizzati sui canali della Grande Rete e le voci, le immagini e i volti emessi dai programmi televisivi, si riflettono minacciosi sui visi delle vittime. Egli sembra un personaggio prodotto dai desideri del pubblico e agisce in modo da poter soddisfare le richieste dell’intrattenimento. Ciò lo rende privo di una propria coscienza, incapace di distinguere il bene dal male e indifferente alla violenza a cui sottopone le sue vittime. È il braccio della televisione che distrugge tutto ciò su cui passa: dopo la messa in onda di Cookies, la troupe fila via su un altro set per un’altra puntata, scegliendo un’altra vittima e dimenticando quella precedente; nessuna telecamera di Cookies rimarrà a riprendere le macerie lasciate nella casa di Speranza e il pubblico non vedrà altro se non quello che le telecamere decidono di riprendere.

Gli spettatori della Grande Rete Interattiva vengono rappresentati da Cugia come esseri affamati dal denaro e dallo spettacolo, in fila agli sportelli degli allibratori pronti a scommettere sulla vita o sulla morte della professoressa Adamoli, o mentre in oscuri bugigattoli illuminati solamente dalle luci dei megaschermi appesi ai muri, assistono alla spietata roulette greca. Questa massa informe di milioni di persone sparse per tutto il mondo, sono attratte dagli atteggiamenti estremi del Principe e dalla implacabile curiosità di poter vedere e giudicare l’intera vita di una sconosciuta senza alcuna censura.

La televisione diventa dunque il luogo dove il pubblico può sfogare le proprie pulsioni: la violenza gratuita e il sesso sregolato, fino a giungere all’omicidio. E la rappresentazione è tanto più stimolante quanto più è reale. Tuttavia la televisione non consente una completa percezione della realtà, poiché il pubblico è separato dagli eventi dallo schermo televisivo. In questo modo, le azioni violente del Principe assumono una fisionomia ludica e fittizia, stimolando la curiosità e l’interesse del pubblico e impedendogli di immedesimarsi con le sofferenze della vittima. Ed è questo pubblico a dover decidere sulla vita di Speranza. La massa, eletta a giustizia divina, si arroga il diritto di poter valutare la vita della donna.

Nonostante tutto, alla fine del programma gli spettatori paiono aver provato compassione per Speranza. Decidono, a dispetto delle aspettative del Principe, che la sua vita è degna di essere vissuta e votando da casa le concedono magnanimamente la possibilità di continuare a vivere. Allora il Principe afferra la siringa con il siero e si avvicina al divano per iniettarlo nelle vene di Speranza. Lei, con l’unico braccio ancora in grado di muoversi, rivolge la siringa al petto del Principe e lo pugnala a morte. Da tempo la professoressa aveva rinunciato a vivere. Dopo aver ripercorso la sua vita in diretta mondiale e dopo che quei milioni di occhi rivolti al televisore hanno inghiottito i suoi più intimi ricordi, non le restava molto da fare. Ma un finale simile non era stato previsto dalle quotazioni degli allibratori, che decidono di annullare tutte le scommesse e tornarsene a casa. Quel pubblico che si era commosso per le vicende della vita di Speranza, viene nuovamente rappresentato da Cugia in tutta la sua spietatezza: l’unica lezione che rimane dopo la puntata dell’Adamoli è quella di una scommessa andata in fumo.

La Grande Rete Interattiva riprenderà a trasmettere il suo programma di punta. La troupe filerà via dal luogo del delitto e ne sceglierà un altro, troverà un nuovo presentatore, magari uguale al Principe o forse diverso – tanto il pubblico se ne appassionerà velocemente – e tutto riprenderà il suo corso. Quel pubblico che alla fine aveva deciso di salvare Speranza, che per quell’ora e mezza si era commosso per la sua storia, sommerso dalle pubblicità, dal lavoro, dai nuovi programmi televisivi e dagli impegni quotidiani inderogabili e importantissimi, dimenticherà presto la vicenda, e sentiremo ancora una volta quel ritornello: «Tutto questo e tanto altro oggi su Cookies».

di Giacomo Vaccarella

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