Cultura Musica

Dal trionfo all’oblio: i Talk Talk e la musica dell’inconscio

Compiacere il pubblico, seguire le logiche di mercato: questi sono i dettami di una band che aspira al denaro e al successo. I Talk Talk hanno scelto la via meno redditizia dell’autenticità e della sperimentazione. Proprio per questo la loro musica può essere oscura o luminosa, disperata o ironica, ma è sempre in grado di toccare ogni anima nel profondo.

Quante volte ascoltiamo o abbiamo ascoltato ragazzi e ragazze, giovani e perfino adulti cantare ripetutamente canzoni che vanno, hit di moda che spopolano in un periodo dell’anno e che le nostre povere orecchie sono costrette a subire dovunque vi sia una radio accesa. È il grande potere della musica, capace di creare il bisogno di riascoltare quella canzone, di far nascere una dipendenza emotiva con un accordo particolare, una melodia semplice ma impressionante. Per la felicità di produttori discografici e businessmen, oltre che degli artisti, direbbe qualcuno. Epperò sarebbe necessario riflettere all’esperienza a cui si va incontro riascoltando più volte un brano. Di certo sappiamo dei messaggi di cui una canzone può essere veicolo: l’ascoltare qualsiasi genere di musica è un dialogo più o meno intenso e perlopiù inconscio tra il fruitore e l’artista, un dialogo che diventa pressoché totale quando, all’esperienza intellettivo-uditiva, si associa quella visiva. Limitando pesantemente il nostro discorso alla sola musica pop e rock degli ultimi trent’anni, possiamo dire che i videoclip garantiscono tale esperienza e rendono tale dialogo connesso al tema della canzone. È certo che ogni gruppo tende ad avere caratteristiche estetiche particolari connesse al genere di musica praticato, divulgate attraverso i video per farsi pubblicità oltre che per accattivarsi un numero crescente di fan. Queste caratteristiche delineano, inoltre, un messaggio complessivo spesso inconsciamente percepibile dall’ascoltatore, i cui tratti sono rintracciabili in più canzoni.

A sostegno di questa tesi analizzerò la storia musicale di un gruppo degli anni ‘80, promotore di una musica originale quanto interessante, a cavallo tra pop e rock, la cui fama si è presto dissipata a causa di scelte musicali ed estetiche anticonformiste: i Talk Talk. Un gruppo che si è discostato dalle numerose band superficiali ed evanescenti del periodo, inebriate di una celebrità sontuosa ma spesso legata ad una o due hit di successo, nonostante sia spesso inquadrato e riconosciuto dal pubblico odierno proprio tra queste band. In comune con questi gruppi i Talk Talk hanno solamente il periodo, il genere praticato (synth-pop), il successo tanto grande quanto di breve durata. La loro attività più innovativa e interessante è avvenuta su una linea parallela e diametralmente opposta al successo e all’ammirazione del grande pubblico. La costante ricerca volta a migliorare la propria musica, il mistico desiderio di percorrere nuove vie sonore inesplorate, utilizzando i mezzi del rock, li hanno fregiati dell’onore di essere definiti dai critici gli avanguardisti del cosiddetto “post-rock”, ma non gli hanno risparmiato la dura pena della dimenticanza e dell’oblio.

Un esordio originale

Procediamo con ordine. I Talk Talk nacquero agli inizi degli anni ‘80 a Londra. Quando parliamo di loro, parliamo di una band triste, melanconica perfettamente configurabile nello stile new romantic di quel periodo, i cui massimi esponenti erano i Duran Duran. E infatti i Talk Talk entrano nei grandi giri musicali grazie all’intuizione del produttore di quest’ultimo gruppo, intenzionato a bissare il successo già ottenuto con Simon Le Bon. Il fatto che il nome delle due band sia composto dallo stesso nome, ripetuto, è chiarificatore in questo senso. Così la band firma il primo contratto con una celeberrima casa discografica (la EMI) e nel 1982 produce il primo disco: The Party’s Over. L’opera è synth-pop, caratterizzata da uso di sintetizzatori, tastiere elettriche, ritmi frenetici da discoteca, e rispecchia a pieno sia il desiderio del gruppo di omologarsi a un genere che monopolizzava la musica leggera del periodo sia il desiderio dell’etichetta di fare soldi facili. Due canzoni esemplificative estratte dall’album sono Today e l’omonima Talk Talk. Interessante da ascoltare è anche Another Word, unico brano scritto e composto dal bassista Paul Webb.

Emergono già dal primo disco alcune caratteristiche distintive e originali del gruppo. Innanzitutto, la personalità del cantante e frontman della band. La voce di Mark Hollis è sicuramente rara da trovare nel panorama musicale: ha un’estensione importante soprattutto nel registro grave, un timbro caldo, ricco di armonici, capace di esprimere qualsiasi emozioni egli provi, capace di sottolineare cromatismi e dinamiche, di produrre pianissimi che arrivano a sfiorare gli ascoltatori e forti che sembrano far uscire dal corpo la sua anima disperata. Un artista unico dalla voce inconfondibile. Altra peculiarità del personaggio è l’uso di occhiali da sole nei concerti pubblici, che conferiscono al soggetto un che di misterioso, come se facessero da barriera con l’esterno per consentirgli di esprimere al meglio la propria interiorità: ciò denota una sensibilità particolare, un approccio sofferto con il pubblico e con la fama. Di fatto si parla di pochissime interviste pubbliche rilasciate dal cantante, di una vita privata mai violata da riflettori e indiscrezioni, di una vita pubblica coincidente soltanto con l’attività musicale. Hollis non cerca il successo, anzi, sembra volersene distanziare. Cerca di trasmettere nel modo più oggettivo possibile l’emozione più soggettiva e incondivisibile. La linea estetica del gruppo, come si nota da dischi e video musicali, è legata al surrealismo, ed è già presente fin dal primo disco.

1984: la consacrazione

The Party’s Over non fu di certo un successo, bensì un album di lancio che non fece perdere la fiducia alla EMI, pronta ancora a puntare su questo gruppo esordiente. Il momento del successo coincise con l’abbandono della band da parte dei musicisti filo-Duran Duran, che aderirono ad altri progetti, e l’inizio della collaborazione tra Mark Hollis e Tim Friese-Greene, compositore e tastierista. Con la maggiore autonomia concessa all’estro di Hollis si delineò una prima identità ufficiale della band, e nel 1984 uscì l’album del successo: It’s My Life.  Dal punto di vista dei temi trattati nelle canzoni, un filo conduttore è quello che riguarda la disperazione dell’essere umano per una sofferenza esistenziale, perfettamente espressa dalla voce di Hollis, legata all’impossibilità umana di superare il limite invalicabile del reale, di superare la prigione dei costumi sociali che inchiodano e limitano la più autentica e libera espressione dell’individuo. Altre tematiche ricorrenti sono l’intimo dolore dell’amante di fronte al suo sentimento non corrisposto, la situazione deplorevole in cui è costretto a vivere un soggetto considerato stupido da chi gli sta intorno, l’impossibilità di rimediare ad una circostanza che ha suscitato una profonda vergogna.

Dal videoclip di It’s My Life

Il messaggio complessivo è di una ribellione esistenziale sostenibile solo dall’Io, in quanto non risolvibile da nessuno, perché senza alcun senso o forse perché di senso ne ha troppo. In realtà, è il mondo che ci circonda a non avere alcun significato, o ad averne solo la parvenza che le nostre menti razionali gli danno. A sottolineare la stranezza e comunque l’anticonformismo accennato dalla band (ed espressa perfettamente dalla musica), sono i video musicali dal tono surreale, ironico e misterioso. La canzone di copertina It’s My Life, conosciutissima dal pubblico, è emblematica in questo senso. Nel videoclip ufficiale Hollis è solo e gironzola in uno zoo. Dagli inquietanti primi piani sul suo volto si denota che la bocca è coperta da uno scarabocchio, un modo ironico per sottolineare che c’è un qualcosa che non può dire, che verosimilmente è il testo della canzone. In esso afferma che è molto bello innamorarsi, che vorrebbe perdere la propria ragione per rimanere con una ragazza ma che una parte di lui si oppone. Poi parte il ritornello, una sorta di litigio interiore in cui si dispera, e mentre si chiede perché ha ceduto all’amore per la ragazza, dicendosi che la sua vita è intoccabile e non vuole più essere disturbato da questa donna, allo stesso tempo vorrebbe che la propria ragione lo lasciasse libero di amare questa persona. Il video ha un’interpretazione volutamente ambivalente ma, a mio parere, parla chiaro. Il fatto che alle immagini di Hollis nello zoo si sovrappongano altrettante di specie di animali, in piena libertà nei loro habitat naturali, manda un messaggio di agghiacciante importanza: in quanto essere umano e razionale Hollis è imprigionato dalla sua stessa ragione, che non gli permette di amare in libertà la donna. L’immagine della prigione da me evocata si riflette in un fotogramma del video dove, con un’illusione ottica effettuata dal regista, Hollis si ritrova dietro le sbarre della gabbia dell’orso bianco. Egli, come l’orso, è un animale in gabbia.

Such a Shame è probabilmente la più famosa canzone del gruppo, nonché quella che ha ottenuto più consensi a livello europeo. Qui, almeno, l’ironia del videoclip dà alla canzone un tono meno drammatico. Il sentimento soggettivo declamato è la vergogna. Il cantante si vergogna, crede in una via di fuga dall’incombente giudizio degli altri ma non riesce a trovarla, anzi non può riuscirci. Addirittura si vergogna di credere di poter scappare. La morale collettiva è talmente interiorizzata dal cantante da non permettergli di essere se stesso. È la sua stessa coscienza a tradirlo, alleandosi con la comunità contro di lui. Tutti ridono intorno a lui, anche lui ride, forse senza sapere perché fino a quando non accade un evento simbolizzato dal numero otto, che lo incatena definitivamente. In questo caso, non può evitare che accada l’evento, il suo libero arbitrio è subordinato al fatto vincente, al caso, al destino. Con l’affermazione «the dice beside my fate, that’s a shame» (il dado accanto al mio destino, che vergogna) sottolinea come sia “vergognoso” il fatto che nessun essere umano possa decidere realmente e liberamente il proprio futuro.

L’uso di sintetizzatori e la creazione di suoni elettronici abbinati a un ritmo ballabile hanno reso la canzone un successo. Altre tracce tratte dall’album significative sono My Foolish Friend, su un amico stupido che non riesce a superare la propria stoltezza e tenta di aggrapparsi alla vita di Hollis; Dum Dum Girl, canzone più gioiosa e legata ancora al primo album; Renee, canzone d’amore riflessiva e malinconica su una giovinezza perduta; Tomorrow Started, canzone dai ritmi decisamente depressi dove le tendenze stilistiche del gruppo raggiungono il loro estremo.

Gli anni della celebrità

Forti del successo esce dopo due anni di lavoro l’album più venduto del gruppo: The Colour of Spring. Già qui la musica comincia ad evolversi e a divenire più complessa. 

Il disco parla della primavera e cerca delle canzoni più movimentate, ricche di colpi di scena e di immagini vivide e vivificanti. L’utilizzo di strumenti alternativi ai classici del rock (chitarra elettrica, basso, tastiera e batterie) come l’organo, l’armonica a bocca, il sax soprano aiutano a sottolineare il tripudio di felicità dato dal risveglio della natura, oltre a formare una tinozza di colori adatti a tradurre musicalmente le varie forme naturali.

Life’s What You Make It, singolo realizzato per la promozione dell’album, è stato probabilmente il risultato di un compromesso tra la casa discografica e il gruppo, in quanto decisamente fuori dallo stile predominante nelle altre canzoni. Essa è caratterizzata da suoni percussivi ripetuti sulla tastiera, che fungono da guida ritmica di un brano nel quale Hollis ripete ossessivamente il messaggio titolo della canzone. Sembra quasi un inno religioso dal tema laico, la cui funzione è quella di divulgare consigli “generalissimi” su come affrontare la vita. Il messaggio è dissacrante e antireligioso. Hollis esprime principi materialisti in una visione della vita darwinista, dove la speranza, la fiducia nell’irrazionale, è spazzata via dalla tirannia della fattualità. Il video è eclatante in questo senso: la band è immersa in un bosco primitivo, pieno di suggestivi animali notturni.

Living in Another World rappresenta già meglio le intenzioni dell’album: l’atmosfera è leggermente country, quasi da film, sembra si stia viaggiando per il West verso una meta sconosciuta, ma che si vuole impazientemente raggiungere in quanto fonte di una rinfrescante fiducia nel futuro. Il testo non è chiaro, parla di una realtà degradata dove la gente piange, la verità è più dura, le persone sanno che non ha più senso mentire. A un certo punto, inizia il canto di Hollis accompagnato da strumenti stressati e affannati, che declama l’assenza della donna amata tanto dolorosa da non permettergli di vedere più la realtà com’è. Infine afferma di vivere con la sua donna in un altro mondo. Anche qui ricorre il tema della solitudine, del rifiuto della vita nella sua oggettività crudele e del rifugio nella propria soggettività rassicurante. Il tutto è trattato con molta leggerezza, con brio, in una canzone frizzante dalle sonorità particolari. Altre canzoni come I Don’t Believe in You, Give It Up, Time It’s Time sono caratterizzate da stilemi musicali ripetuti e dall’uso nel basso dell’organo e del coro. April 5th e Chameleon Day sembrano invece più vicine a concezioni jazz che potrebbero far parlare del prossimo disco come di una splendida metamorfosi musicale del gruppo, anziché di una rivoluzione radicale e anticommerciale.

Dalla fama all’oscurità: le audaci innovazioni degli ultimi anni

Entusiasta del grande successo di The Colour of Spring, la EMI decise di stanziare parecchi milioni di sterline per il nuovo lavoro dei Talk Talk, che avrebbero potuto fare il definitivo salto di qualità e salire nell’Olimpo delle band di grande successo. Ma, come avevamo capito, a Mark Hollis e ai suoi compagni il grande pubblico, i concerti live e le tournée non piacevano tanto. Chiesero, dunque, di non fare alcun concerto a scopo promozionale e proseguirono il loro cammino sulla via della sperimentazione. La via più sbagliata e più pazza da seguire a quel punto del viaggio, o forse la più ardita e la più giusta. Dipende dove si vuole arrivare. Sicuramente quel messaggio tormentato e infelice ha contribuito all’esclusione della band dai circuiti che contano, tuttavia io credo che sia stata un’autoesclusione fortemente voluta e autoimposta, con la composizione di musiche non commerciabili via radio, senza ritornelli, senza appigli mnemonici per il pubblico perché in continua evoluzione armonica, con l’utilizzo di colori e suoni indeterminati, dissonanti, fastidiosi.

Da sinistra a destra, Lee Harris, Mark Hollis e Paul Webb

Hollis voleva privilegiare l’armonia insieme a rumori e silenzi. Non ha mai creduto nell’insolenza dei ritornelli, delle musichette con quattro note. Crede che ogni nota debba essere pensata, collocata al suo posto: ognuna di esse deve contribuire a rispecchiare un mondo. Anche solo una nota, se suonata bene, con la giusta motivazione, può essere superiore a milioni di note senza senso accumulate là per completare un testo, frutto di giri armonici forzati e strozzati per ricavare qualcosa di monotono. Il risultato è una musica rarefatta, paradisiaca, sintetica. Il risultato è The Spirit of Eden. E la sua ricerca ha portato, a mio avviso, a dei buoni frutti. Non la pensò così la EMI che, allibita dalla svolta radicale dei Talk Talk, dovette stracciare il contratto e riprendersi dalla perdita economica, dato lo scarsissimo consenso da parte del pubblico. Singoli estratti dall’album, come Eden e I Believe in You, sono prove di un cambiamento di stile radicale, di una maturità finalmente raggiunta con l’indipendenza dal pop e dalle sonorità del primo album, i cui germi erano presenti in tutto il cammino precedente della band. Un cammino che i Talk Talk dovettero proseguire da soli, senza appoggio di alcuna etichetta discografica capace di fabbricare il successo, ma con la convinzione di voler dire qualcosa di proprio, di esprimere e toccare sensibilità diverse, di creare atmosfere celestiali e inedite. L’utilizzo di sonorità complesse, di dissonanze fastidiose, la creazione più spinta di suoni elettronici meno altisonanti hanno lo scopo di aprire nuovi orizzonti nel rock, di esplorare paesaggi musicali sconosciuti. Tutto questo realizzando melodie dolci, spesso enigmatiche e misteriose ma, a mio parere, fortemente purificatrici dello spirito. Forse da qui il titolo dell’album.

Quella di Hollis in Eden sembra una voce lontana, quasi provenisse da un’altra dimensione spaziotemporale. La canzone stessa sembra un dialogo paranormale con le anime dell’Eden. Ascoltiamo dunque dei Talk Talk platonici, che cercano di eliminare la corporeità propria di canzoni superficiali e fastose alla ricerca dello spirito puro, in una progressiva sublimazione della loro estetica musicale.  La voce di Hollis viene impiegata in pianissimi, sussurrati e diminuendi. John Cope, altro brano tratto dall’album in onore dell’esploratore britannico rimasto intrappolato in Antartide a seguito di una missione oltreoceano, è una perla. In un rock psichedelico, quasi ipnotico, la voce di Hollis è solo sussurrata e sostiene una linea melodica semplice e malinconica, quanto misteriosa e incompiuta. L’unico ritornello percepibile è realizzato da forti dissonanze costruite con suoni modificati dal timbro di zampogne, esplicito richiamo alle origini scozzesi dell’esploratore. La breve durata della canzone rende la stessa una piccola finestra musicale preziosa e raffinata quanto duramente elaborata e fortemente significativa.

Help me find a way from this maze, I can’t help myself… When I see tenderness before you left, that even breaking up was never meant, but only angels look before they tread… (da Living in Another World)

Conclusione

E poi cosa successe? La band ottenne un ingaggio dalla Polydor, giusto per realizzare l’ultimo album Laughing Stock che segna il definitivo passaggio in un genere nuovo, fortemente personalizzato da Hollis. A questo punto della storia la band decide che, in effetti, il messaggio che volevano dare era stato trasmesso e che il loro lavoro insieme era giunto al naturale termine. I Talk Talk si sciolsero nel 1991. Mark Hollis tentò la carriera solistica senza successo. Gli altri fondarono il gruppo .O.rang.

Ascoltare le canzoni di questo gruppo e, soprattutto, avere l’opportunità di approfondirne i contenuti può sembrare strano, data la censura radiofonica vigente; tuttavia credo che tale musica possa essere ancora oggi apprezzabile. Penso, infatti, che una qualsiasi comunicazione con il passato, di qualunque genere, possa arricchire una persona. Il messaggio che i Talk Talk possono veicolare ancor oggi è valido e pronto ad esser recepito e sviluppato, dando origine a principi di riflessione anche più complessi, che vadano aldilà della reale intenzione dello stesso gruppo. Epperò, è necessario che sia la soggettività del fruitore a sfruttare quest’incontro, anche casuale e fortuito, con l’animo dell’autore. A meno che non se ne provi vergogna.    

di Marco Cilona

0 commenti su “Dal trionfo all’oblio: i Talk Talk e la musica dell’inconscio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: