Attualità Medicina e Salute

I vaccini, tra falsità e semplificazioni: cosa sono, qual è la loro importanza

La questione delle vaccinazioni viene spesso discussa con una conoscenza superficiale della natura di questi farmaci e della loro reale portata. Come primo passo per la trattazione della loro sicurezza, è necessario esplorare questi argomenti chiarendo le nozioni specialistiche e illustrando i dati oggettivi.

I vaccini: cosa sono, come agiscono

La prima domanda che bisognerebbe porsi è elementare ma imprescindibile: cos’è un vaccino? Si tratta di «una sospensione di microrganismi attenuati o uccisi (virus, batteri o rickettsiae) o di proteine antigeniche loro derivati, somministrata per prevenire, migliorare o trattare malattie infettive» (1). Inizieremo a sviscerare questa definizione focalizzandoci sui preparati utilizzati nelle vaccinazioni di massa, ovvero i vaccini a scopo preventivo. Il loro fine ultimo è quello di conferire l’immunità a una determinata malattia infettiva causata da uno specifico microrganismo patogeno: ciò significa che, se il virus, batterio o protozoo nocivo per cui si è vaccinati entrerà nell’organismo, verrà distrutto prima di poter fare danni o sarà messo in condizione di non nuocere, a seconda della tipologia del vaccino somministrato. Questa condizione è detta immunità; può essere temporanea, rendendo necessari richiami a intervalli più o meno lunghi, oppure durare tutta la vita.

Utilizzando una metafora bellica, si potrebbe dire che l’immunità è ottenuta tramite un addestramento delle nostre difese: in previsione di un possibile futuro scontro con il nemico (il patogeno), il sistema immunitario viene sottoposto a un “combattimento simulato” che lo renderà in grado di rilevare con rapidità ben maggiore la presenza dello specifico patogeno, e di agire contro di esso in maniera notevolmente più efficace.

Come detto, il combattimento deve essere fittizio: fuor di metafora, ciò vuol dire che il vaccino deve indurre una risposta immunitaria contro il patogeno senza però che si verifichi la vera e propria infezione, con tutti i danni e i rischi che ne derivano (altrimenti non vi sarebbe nessuna convenienza nell’uso di tali farmaci). Questo risultato viene ottenuto grazie a una sostanza, o un gruppo di sostanze, prodotte in natura dal patogeno e denominate antigeni. L’antigene è la chiave della reazione immunitaria: indipendentemente dal fatto che faccia parte di un vaccino o provenga da un agente infettivo in piena regola, il sistema immunitario è in grado di interpretarlo come segnale della presenza di un determinato microrganismo nocivo, un po’ come un esperto cacciatore sa distinguere l’impronta di una preda dall’altra, per poi reagire di conseguenza. Se il patogeno è un virus, l’antigene è di norma un componente del suo involucro; se invece si tratta di un batterio, l’antigene può sì essere un suo componente superficiale, ma il più delle volte si tratta della sua tossina. Il motivo per cui il vaccino non causa l’infezione è molto semplice: non si somministra il microrganismo virulento. A procurare l’immunità basta infatti l’antigene, ed esso può essere veicolato dal patogeno vivo ma attenuato, oppure dal patogeno ucciso. Per di più, molti vaccini moderni contengono l’antigene in forma “purificata” senza alcun altro componente non necessario; in questo caso deve essere estratto dal patogeno o sintetizzato artificialmente. Infine, se l’antigene è una tossina batterica, essa viene inattivata.

Un vaccino può avere alta o scarsa immunogenicità. Ciò vuol dire, rispettivamente, che può essere in grado di immunizzare la totalità o quasi degli individui a cui viene somministrato, oppure soltanto una frazione variabile di essi ma comunque insufficiente ad assicurare ragionevolmente l’immunità (è il caso tipico di un buon numero di vaccini sperimentali non ancora perfezionati). Tutto dipende dalla risposta immunitaria contro l’antigene: quando il vaccino la provoca ed essa è sufficientemente energica, l’immunità è garantita. I preparati usati nelle vaccinazioni di massa sono progettati proprio per ottenere questo effetto.

I più arditi tra i lettori si chiederanno senza dubbio cosa lega la risposta immunitaria generata dal vaccino all’immunità, qual è la garanzia che, quando la prima si verifica in modo corretto, la seconda consegue.

In sintesi, questo è ciò che accade: nel nostro corpo sono presenti alcune cellule immunitarie, appartenenti alla categoria dei linfociti, che sono specificamente sensibili al determinato antigene contenuto in un vaccino. Dopo la somministrazione, così come quando sopravviene la vera infezione, questi linfociti entrano in contatto con l’antigene; questo evento causa la loro moltiplicazione e la loro trasformazione in cellule effettrici, che combattono attivamente il patogeno o l’antigene che ne simula la presenza. La maggior parte di queste cellule effettrici vengono degradate al termine della battaglia; alcune invece, sopravvivono e si tramutano in cellule della memoria, che permarranno per lungo tempo a protezione dell’organismo. Le cellule della memoria sono diverse dai normali linfociti di un individuo mai esposto all’antigene: riconoscono la presenza del patogeno in modo più rapido e accurato, producono cellule effettrici più efficienti e in maggior numero, e, soprattutto, tendono a rimanere in uno stato costante di attivazione parziale. Se lo specifico virus o batterio per il quale si è vaccinati tenterà di infettare l’organismo, dovrà vedersela con queste cellule: la risposta immunitaria sarà più intensa, veloce e precisa del normale, e l’infezione verrà stroncata sul nascere.

Riassumendo tutto questo discorso, complicato ma ineludibile, in una sola frase: un vaccino riesce a procurare l’immunità a una particolare malattia infettiva innescando la produzione di cellule della memoria, tramite un antigene che inscena l’aggressione da parte dell’agente infettivo.

Perché i vaccini sono tutt’altro che inutili

In molti si interrogano su quale sia l’effettiva convenienza dei vaccini, dato che l’infezione naturale spesso porta al medesimo risultato: la formazione di cellule della memoria e la conseguente immunità. Se si fosse vissuti in un’epoca nella quale erano ancora endemiche svariate malattie, la cui diffusione è crollata grazie ai vaccini, nessuno si sognerebbe di domandarsi una cosa simile. Tuttavia, non potendo riacquistare l’esperienza delle generazioni passate se non al prezzo di innumerevoli vite, è bene ricordare cosa ci ha spinto a quella che taluni vedono come una pratica inutile, costosa e addirittura dannosa, e che in passato i cittadini di tutti i Paesi avanzati hanno dovuto rendere accessibile a tutti a suon di manifestazioni. Ancora oggi, in molte zone del terzo mondo la lotta è lungi dall’essere terminata…

In presenza di un alto tasso di coperture vaccinali, il miglioramento dello stato di salute di una popolazione parrebbe lapalissiano: nel caso di malattie poco contagiose – o per nulla, come il tetano – ma dall’elevata pericolosità, si salvano centinaia di persone che, se venissero infettate, in gran parte dei casi non risponderebbero nemmeno alle cure per la virulenza della malattia, e morirebbero dopo un’agonia orribile; nel caso di una malattia altamente contagiosa come il morbillo, milioni di persone che potrebbero ammalarsi non si ammalano, e fra di esse migliaia di pazienti che sarebbero soggetti a complicazioni evitano danni permanenti o persino la morte.

Eppure, è proprio a questo riguardo che gli antivaccinisti muovono la loro prima critica e i poco informati esprimono il loro primo dubbio. Un’infezione come il morbillo, domandano, non è forse un’inezia, non più pericolosa di un’influenza? Perché dunque vaccinarsi? Tralasciando il fatto che l’influenza, durante l’ultima pandemia del 2009, ha ucciso oltre 18.000 persone in tutto il mondo, sarà forse opportuno esaminare, dati alla mano, quanto siano temibili le dieci malattie per le quali la nuova legge ha reso obbligatoria la vaccinazione: morbillo, parotite, rosolia, varicella, difterite, pertosse, tetano, infezione da Haemophilus influenzae di tipo B, epatite B e poliomielite. Di seguito vengono riportate le tabelle con i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relativi al 2016 (2).

Dando uno sguardo d’insieme, è difficile affermare che non sia un quadro alquanto inquietante. Se il tetano è (o dovrebbe essere) ben conosciuto come una condanna a morte, anche malattie comuni e ben familiari, come il morbillo e la parotite (termine di greca solennità per indicare gli orecchioni) appaiono tutt’altro che innocue. L’1% di possibilità del morbillo di degenerare in una perniciosa encefalite potrebbe non sembrare granché, ma «nel 2000, su un totale di 1,7 milioni di morti infantili nel mondo, causate da malattie prevenibili con la vaccinazione, circa il 46% era attribuibile al morbillo» (3): una tale cifra è dovuta in primo luogo all’elevata contagiosità del morbillo, che rende quell’1% particolarmente consistente, e in secondo luogo alla virulenza del virus responsabile, in grado di causare immunosoppressione (Orenstein 2004; Ludlow 2012; de Vries 2014; Mina 2015) e provocare infezioni batteriche concomitanti. Nell’epidemia italiana del 2002, causata dalle basse coperture vaccinali nel Sud, si sono avuti (Filia 2005) oltre 40.000 casi, 3.072 ricoveri per morbillo e relative complicanze, tra cui 81 encefaliti, 77 episodi convulsivi, 391 polmoniti, 235 altre complicanze respiratorie, 16 trombocitopenie – diminuzione delle piastrine nel sangue –, 4 decessi.

I meno diffusi ma non meno celebri orecchioni, poi, presentano un allarmante 14% di probabilità di sviluppare gravi complicanze al cervello o al pancreas, mentre quasi il 40% dei maschi in età adolescenziale va incontro a lesioni invero sgradevoli e spesso non guaribili. Mentre la varicella e la rosolia, pur facilmente trasmissibili, sono quasi sempre benigne – rischiano di più gli adulti nel primo caso e ancor di più le gestanti e i loro bambini nel secondo – il relativamente raro Haemophilus influenzae B cagiona disabilità neurologica una volta su tre ed è letale in un caso su venti, oltre ad essere la prima causa di meningite nei bambini al di sotto dei 5 anni.

Nessuno si è ancora spinto a sottovalutare la gravità delle restanti malattie – difterite, pertosse, poliomielite ed epatite B – ma in molti cadono nell’errore di ritenere che tanto queste quanto le precedenti siano scomparse proprio grazie ai vaccini, e che quindi vaccinarsi non sia più necessario. In realtà l’indiscutibile diminuzione della loro incidenza non è garanzia di sicurezza: questo perché da un lato le coperture vaccinali non sono mai totali, mentre dall’altro fra la popolazione vaccinata persiste una sia pur esigua percentuale di individui poco responsivi. È la questione dell’immunogenicità di cui si parlava nel precedente capitolo: anche il vaccino più sofisticato viene influenzato nella sua efficacia dalla variabile reazione immunitaria individuale; se essa è troppo debole, l’immunità non durerà a lungo (bisogna tuttavia dire che tale perdita dell’immunità è un fenomeno molto raro, che presenta una certa consistenza solo nel caso del vaccino contro il morbillo).  Per questo persistono numerosi focolai delle suddette malattie sia nei Paesi avanzati che in quelli più poveri, focolai che, nell’odierno mondo globalizzato, sono perfettamente in grado di ridiffondersi a macchia d’olio e riguadagnare le posizioni perdute, qualora i vaccini cadessero in disuso. Inoltre, i preparati per la difterite e la pertosse sono diretti contro la tossina dei batteri responsabili e non contro di essi; non sono dunque in grado di limitarne la proliferazione, mentre il batterio del tetano prospera tranquillamente nel terreno, negli intestini di tutti gli animali e negli oggetti più svariati, e pertanto non è in alcun modo estirpabile.

Vaccinarsi, quindi, è l’unico modo per minimizzare il rischio di contrarre queste malattie infettive. La diminuzione della loro incidenza non prova altro che «lo straordinario impatto dei vaccini. L’Organizzazione Mondiale della Sanità fornisce indicazioni sulla riduzione delle morti da morbillo, che sono passate da 562.000 nel 2000 a 122.000 nel 2012. Tale risultato è il frutto dell’incremento delle coperture globali per vaccino contro il morbillo dal 72% del 2000 all’84% nel 2012. […] Per fare un altro esempio, uno studio sull’impatto clinico ed economico della vaccinazione universale di bambini e adolescenti contro l’epatite B nei primi 20 anni della sua applicazione, (18. Boccalini et al, Human Vaccines, 2013) ha permesso di calcolare che nel ventennio trascorso sono state evitate 127.000 infezioni, 14.600 casi di epatite acuta, 4.100 casi di epatite cronica, 70 cirrosi compensate, 5 cirrosi scompensate, 64 epatocarcinomi primitivi e 17 trapianti di fegato» (4).

In aggiunta a tutto questo, un’alta percentuale di coperture vaccinali – variabile a seconda della contagiosità del patogeno – è in grado di proteggere i pochi che rimangono esposti grazie alla ormai famosa immunità di gregge: in parole povere, se la stragrande maggioranza della popolazione è vaccinata, i non vaccinati e la minuscola frazione di individui che non rispondono in modo adeguato al vaccino hanno ridottissime opportunità di essere contagiati e contrarre l’infezione – ovviamente ciò è impossibile nel caso di un patogeno non contagioso come il tetano o in quello dei batteri della difterite e della pertosse, di cui il vaccino non blocca la diffusione. Una percentuale di vaccinazioni prossima al cento per cento può addirittura provocare la scomparsa di alcune malattie infettive, com’è accaduto per il vaiolo.

Vi sono perdipiù dei considerevoli vantaggi economici. Prevenire costa meno che curare, recita il vecchio adagio, ed è proprio così: un unico farmaco, anche in più dosi, che impedisce l’instaurarsi dell’infezione, costa meno sia per il singolo che per la collettività rispetto agli svariati farmaci necessari per alleviare i sintomi dei pazienti non gravi e per salvare la vita a quelli gravi. È stato calcolato che «un euro speso per la vaccinazione può liberare fino a 24 euro reinvestibili in assistenza clinica per chi si ammala» (5).

Paragonati a tutto questo, gli effetti avversi dei vaccini – quelli scientificamente dimostrati – vengono eclissati, essendo quasi sempre di gravità irrisoria: infiammazioni locali e febbricole passeggere. Quelli più seri sono la diminuzione di piastrine nel sangue causata dal vaccino anti-morbillo in un caso su 30.000 – l’infezione vera e propria la induce in un numero dieci volte maggiore di soggetti – e i rarissimi shock anafilattici, presenti in percentuali microscopiche che oscillano intorno a un caso su un milione e comunque curabili con una semplice iniezione all’interno del centro vaccinazioni (6).

Le false alternative ai vaccini: standard igienici, stili di vita, cure “fai da te”

Certi individui, ascrivibili senza rimorsi di coscienza alla categoria dei ciarlatani, affermano che i vaccini sono inutili perché le ottime condizioni igieniche dei Paesi avanzati, e un corretto stile di vita, sono in grado di prevenire le infezioni ugualmente bene e forse anche meglio. Forse potremmo cambiare il nostro giudizio quando lor signori saranno in grado di spiegarci come il più scrupoloso uso dell’Amuchina possa impedire ai microrganismi patogeni – trasmissibili per via aerea (come sette dei dieci contro i quali è rivolto il decreto Lorenzin), per contatto tra ferite e qualsiasi oggetto della Terra (tetano), oppure per via sessuale (epatite B) o alimentare (poliomielite) – di entrare in un organismo perfettamente in salute, venire a contatto con un tessuto del tutto sano e iniziare a replicarsi al suo interno, come fanno dall’alba dei tempi. I miglioramenti della qualità della vita e delle condizioni igieniche possono ridurre la possibilità di contrarre molte malattie infettive e incrementare la resistenza di un individuo, ma non hanno certo l’affidabilità dei vaccini: basta vedere quante persone si ammalano ogni anno di raffreddore, per il quale di vaccini non ne esistono.

Altra diffusissima leggenda metropolitana è quella secondo la quale per prevenire il tetano è sufficiente disinfettare le ferite con acqua ossigenata. Non tutti sanno, tuttavia, che il perossido di idrogeno – questo è il suo vero nome – è un composto così corrosivo e dannoso che nelle nostre cellule esistono degli organelli specifici per isolarlo, in modo che non digerisca tutto il tessuto circostante. Per questo viene commercializzato in soluzioni acquose a bassa concentrazione, insufficienti ad assicurare il totale sterminio dei bacilli del tetano, e in ogni caso è assolutamente sconsigliato (Singer 1997) nel trattamento di ferite di una certa entità.

I danni causati dal calo delle coperture vaccinali

Nel prossimo articolo parleremo delle teorie sulla pericolosità dei vaccini e della loro confutazione scientifica, e nel trattare questi argomenti verranno citati diversi studi (o pretesi tali) degli antivaccinisti. In questa sede non vi è lo spazio per addentrarsi nella questione della loro veridicità; per chiudere, tuttavia, riportiamo un esempio di quello che è accaduto quando la gente li ha presi per veri e si è comportata di conseguenza. È successo, ad esempio, a seguito del celeberrimo studio-truffa di Wakefield che collegava la comparsa dell’autismo nei bambini al vaccino trivalente MPR: nei due anni successivi alla pubblicazione numerosi genitori rifiutarono di vaccinare i loro bambini. La copertura vaccinale crollò da oltre il 90% all’80%, e il risultato fu che nella sola città di Dublino si verificarono oltre 300 casi di morbillo, dei quali cento richiesero ricovero ospedaliero e tre morirono senza rispondere alle cure (7). La gravità dell’epidemia fu esacerbata dal fatto che colpì una popolazione dall’età media notevolmente bassa, dato che l’MPR viene somministrato nei primi anni di vita.

In conclusione, abbiamo visto quale sia l’importanza rivestita dai vaccini, pur con tutti i loro limiti, per via della loro formidabile capacità di proteggere noi stessi e in molti casi anche chi ci sta intorno. Ne abbiamo analizzato gli ingredienti fondamentali, i meccanismi d’azione, la loro convenienza economica e sanitaria e, soprattutto, la gravità sempre in agguato delle malattie di cui contrastano la propagazione. In fondo, la più eclatante smentita delle dottrine antivacciniste è la loro attuazione. In fondo, non esiste niente di più convincente della visione della morte per apprezzare la vita. Se solo potessimo tornare alla mortalità infantile dell’Ottocento, viverla in un incubo collettivo e risvegliarci indenni, ma più consapevoli…

di Alessandro Vigezzi


Riferimenti:

Tutti gli studi citati sono disponibili sul sito specialistico PubMed.

(1) Dizionario medico Dorland, Edra, Milano 2016, p. 805

(2) WHO WPRO, Immunization safety surveillance: guidelines for immunization programme managers on surveillance of adverse events following immunization, III edizione 2016, p. 78, disponibile al seguente indirizzo

(3) Piano Nazionale per la Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2017-2019, pp. 32-33, accessibile qui

(4) Ibidem, p. 22

(5) J. Ehreth, The value of vaccination. A global perspective, in “Vaccines”, 1 Ottobre 2003

(6) WHO WPRO,  Immunization safety surveillance: guidelines for immunization programme managers on surveillance of adverse events following immunization, cit., p. 11

(7) J. McBrien, J. Murphy e D. Gill, Measles outbreak in Dublin, 2000, in “The Pediatric Infectious Disease Journal”, vol. 22, nº 7, Luglio 2003, pp. 580-584

3 commenti su “I vaccini, tra falsità e semplificazioni: cosa sono, qual è la loro importanza

  1. Pingback: I vaccini, tra falsità e semplificazioni: perché non sono pericolosi – L'Ibis Scarlatto

  2. renatovigezzialiceit

    Molto chiaro e ben documentato

    Mi piace

  3. Pingback: Il vero volto dell’antivaccinismo – L'Ibis Scarlatto

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