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‘Na Roma de core

Pur nello stato marginalità internazionale in cui versa il cinema italiano, il 2017 ha visto l’uscita di due film che, trattando della nostra società e ponendo interrogativi etico-morali, hanno come assoluta protagonista la città di Roma. Presentata, questa, con i suoi pregi e idiosincrasie, in quella che si rivela una dichiarazione d’amore per i tessuti sociali.

Forse non è un caso che il film di Daniele Vicari, Sole cuore amore, e quello di Roberto De Paolis, Cuori puri, siano accomunati dal termine “cuore” nel loro titolo. In effetti, i racconti che i due registi impostano affrontano l’emarginazione e la difficoltà di emergere, tematiche che, oggi più che mai, sono di un’attualità dirompente: questioni “pulsanti” del dibattito politico e delle riflessioni sociologico-antropologiche. Eppure, i disegni tracciati da un lato dal navigato Vicari, e dall’altro dall’esordiente De Paolis, paiono giungere a conclusioni diametralmente opposte. Al crudo realismo del primo, cui si accompagna la rassegnazione per il decorso (inarrestabile) degli eventi, si contrappone, pur nell’annichilimento del riscatto, la speranza del secondo che questo possa conquistarsi, dopo l’abbrutimento, tramite la purezza dei sentimenti.

Iniziamo dalle storie. Sole cuore amore ha come protagonista Eli, giovane madre di quattro figli e sposata con il disoccupato Mario. La donna lavora come addetta in un bar del centro della Capitale, sei giorni a settimana; per recarvisi, abitando nei pressi di Torvaianica, deve svegliarsi prima dell’alba, prendere i mezzi pubblici (fra cui un bus e la metro), per poi tornare verso le 22.00 ad una casa dove la vita familiare di convivio si è già conclusa. La tenacia di Eli si rivela nel suo atteggiamento positivo, di sopportazione degli inevitabili sforzi fisici e della frustrazione che prova nel vedere che sta perdendo il corso del mondo intorno a sé. Alla vicenda di questa si giustappone quella di Vale, migliore amica di Eli, che abita nel suo stesso palazzo, e che fa la ballerina in alcuni locali notturni della provincia romana. Vale non ha una famiglia; vive un rapporto conflittuale con una madre di mentalità borghese che non ha realmente accettato le scelte di ricerca professionale della figlia. Le due amiche, per quanto intimamente legate, si sfiorano soltanto: giusto un incontro fuori di casa, quando una esce per andare a lavoro e l’altra torna, oppure uno scambio di confidenze sul pullman.

È sin da subito chiaro che Vicari intenda costruire un parallelismo fra le vicende di Eli e Vale: entrambe sembrano intrappolate in uno scheletro in cui si affannano. Eli, obbligata ad accettare un’offerta di lavoro chiaramente svantaggiosa, è costretta a rinunciare al suo contesto familiare, delegando alcune delle sue funzioni di madre alla stessa Vale; quest’ultima, invece, si barcamena nella movida romana delle serate in discoteca, come se fosse un pesce fuor d’acqua, il quale faticosamente tenta di farsi spazio. In questa chiave, alle incertezze lavorative di Eli (che lavora in nero e rischia di essere licenziata) si accompagnano quelle affettive di Vale (una madre per la quale lei è una delusione e sentimenti amorosi agitati). Ma se la prima fonda i propri sacrifici, trovando una loro ragione nel mondo degli affetti (i figli, un marito che non rinuncia ad opporsi ad alcune sue scelte poiché le vuole bene), la seconda manca di questo ancoramento, e i tentativi di consolidamento di una stabilità sono continuamente frustrati. Tuttavia, fare di Vale lo “specchio” di Eli pare un tentativo forzato, che, narrativamente, non dà solidi frutti: le vicende delle due donne finiscono per giustapporsi senza integrarsi, rendendole così “separate” al punto da sembrare oggetto di due racconti differenti. In cui anche lo sguardo di Vicari si fa differente: più neutrale con Vale e più tenero con Eli.

Le storie di Eli e Vale sono quindi le storie di due solitudini che si tangono ma non si incontrano mai, senza che con ciò venga meno la condivisione di affetto e felicità. Eli e Vale sono due amiche che si considerano sorelle, costruiscono la loro vita con immensa fatica ma anche con immensa gioia. Tuttavia, anche con i migliori sentimenti lo scontro con la realtà è inevitabile: questo, comunque, non pregiudica la spontaneità di Eli che, rossa di capelli e di cappotto, è pronta a sorridere nonostante le venga riscontrata un’aritmia cardiaca, che porterà ad un finale tragico la storia. Ed è qui, però, che l’occhio di Vicari perde quell’affetto per i propri personaggi che sin dal principio l’aveva segnato. È come se, ad una compassione-indulgenza iniziale, si sostituisse uno sguardo freddo, distaccato che, lasciando che gli eventi seguitino, porta la vicenda alle sue estreme conseguenze. E il meccanismo che il regista pare innescare è quello del ricatto morale: porre lo spettatore in una condizione di impotenza rispetto ad un corso narrativo già predeterminato, che non può essere arrestato ma viene subìto. Con ciò, estenuando l’empatia maturata nel pubblico e, al pari del precedente Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012), viene scavato un solco di distanza ancora maggiore fra osservatore e personaggio, interrompendo il processo di immedesimazione sino a quel momento forza trainante del film.

Di diverso tono è Cuori puri, l’opera prima di Roberto De Paolis. Il regista, appunto esordiente, percorre la vicenda di Stefano, venticinquenne dalla precaria posizione lavorativa, e Agnese, ragazza alla soglia dei diciotto anni, nata e cresciuta con una madre molto religiosa ed ella stessa assidua frequentatrice della parrocchia di quartiere. I due si incontrano prima quando Agnese ruba un telefonino dal centro commerciale presso il quale lavora Stefano, e poi quando quest’ultimo, addetto a sorvegliare un parcheggio dal limitrofo campo rom, la riconosce mentre lei dispensa vestiti agli abitanti della baraccopoli. I due cominciano a frequentarsi e si innamorano, e la loro relazione rappresenterà il banco di prova per l’evoluzione morale di Stefano e per quella personale di Agnese.

I due personaggi sono contraddistinti da un comune tentativo di emancipazione, un’emancipazione che è difficile a realizzarsi e raggiungersi, e rispetto alla quale i tentativi sono fallimentari. Stefano tenta di allontanarsi dal mondo di criminalità da cui proviene egli stesso, e verosimilmente anche la sua famiglia, trovando un lavoro e rincorrendo la correttezza morale dell’onestà e integrità personale, ma si ritrova, dopo aver perso l’impiego, a ricadere nella trappola dell’illegalità (cioè dello spaccio) pur di guadagnare. Agnese, dal canto suo, si barcamena nel tentativo di evadere dalla gabbia di costrizioni che la madre le ha imposto, facendo esperienze che le sono state finora vietate; nondimeno, da questo tentativo, passa ben presto ad aderire di nuovo al modello etico-morale materno, simulando uno stupro dopo aver perso la verginità con Stefano. Ripiombando così nel mondo di “castrazione” in cui era vissuta fino a quel momento e da cui sembrava essere fuggita.

Le storie dei due giovani sono, anche qui, la storia di due solitudini che, pur muovendosi in direzioni opposte, si inseguono (come emblematicamente dimostrano le scene iniziale e finale) e si incontrano: da una parte Stefano, sebbene ripudi la sua famiglia, è alla disperata ricerca di contatti umani che lo liberino da quel senso di isolamento ed astio nei confronti degli altri in cui si è rinchiuso: così ricerca la compagnia degli amici che delinquono, da cui si era affrancato, e reinstaura un rapporto di confronto coi genitori, con i quali è in costante conflitto; dall’altra, Agnese è sola perché non si sente libera di esprimere liberamente le proprie aspirazioni: trova nel messaggio religioso e parrocchiale una spinta all’esposizione, all’accettazione della possibilità di un’alternativa. Ciò, tuttavia, si scontra con l’impianto “monacale” della madre, che le impedisce di dar seguito ai propri desideri, come alle pulsioni che la animano in quanto adolescente. Il rapporto che la ragazza ha con la madre è, certo, un rapporto solido, ma più basato sul non-detto che su una comunicazione autentica. In questo senso, Agnese è sola dinnanzi ai propri turbamenti e la libertà di agire che Stefano sprigiona le offre lo spiraglio che ella avverte irrimediabilmente.

Stefano le fa pertanto da maestro di vita, infondendole una spigliatezza, una spontaneità nell’avvicinare il prossimo, adeguandosi alle situazioni – proprio come Gesù che, nella metafora del parroco, è un navigatore che, sbagliata strada, non incolpa dell’errore ma ricalcola – e, appunto, “ricalcolandole” sulla base della loro concretezza e non fondandole su aspettative soggettive, astratte dalla realtà. Agnese, da incontaminata giovane, pare ritrovare l’ancoraggio alla realtà, una realtà che si dimostra più violenta e inclemente di quanto si aspettasse e che non fa sconti, ma nel cui abbraccio è pronta ad abbandonarsi grazie alla sincerità dei sentimenti sentiti. Puri perché non corrotti, in quanto autentici. E così, la maturazione della giovane protagonista è condensata nelle parole del prete, suo confessore. Questi, in principio, dichiara in un colloquio con Agnese: «Tu non vuoi limiti. I limiti sono importanti perché sono i consigli che ti dà la gente che ti vuole bene»; successivamente, stravolgendo quanto detto, rivela come Dio tollera anche il peccato perché non si può vivere entro i limiti; tuttavia, se Dio tollera, si è automaticamente spronati a peccare. Viene quindi infine sconfessata l’idea del peccato in sé: il peccato dello Stefano che spaccia è come redento poiché lo fa per aiutare i genitori in difficoltà.

Pertanto, come i due personaggi fuggono dalla propria realtà (Agnese dal cattolicesimo esasperato della madre, Stefano da un mondo di soprusi sociali, scontri razziali e prevaricazione criminale), nel violento abbraccio finale di scontro – raggiunto con la fretta di chi si vuole ricongiungere –, col bacio ritrovano la purezza del primo incontro. De Paolis, in ogni caso, pone le basi per un barlume di speranza finale, ma il suo pessimismo è chiaro: in contesti sociali degradati, dove impera la disgregazione sociale e imperversa la medio-piccola criminalità, non c’è redenzione. Solo un riscatto di cui l’amore è traino.

Le storie di Eli e Agnese non potrebbero essere più diverse. Entrambe lottano per sopravvivere, ma se Eli, da madre e moglie, trova la propria ragion d’essere nella famiglia e per questa è pronta a sacrificare tutto, persino la salute, accettando condizioni lavorative disagevoli e snaturando se stessa del suo buonumore, Agnese, invece, può trovare se stessa solo fuori dal nucleo familiare: semplicemente contravvenendo agli imperativi materni è in grado di affermarsi quale donna, autonoma e singola, trovando pertanto il suo vero sé. Un io che, se per Eli si sostanzia nel ruolo di lavoratrice e madre, nel caso di Agnese, Stefano contribuisce a far emergere, dando respiro a una ragazza che sino a quel momento non si era identificata e aveva fondato la propria vita sulle aspettative e sui valori altrui, non sui propri. Le due storie hanno così esiti diversi, e se nella vicenda di Eli prevale il tragico, nemmeno quella di Agnese è rosea. Infatti le due donne si stagliano sullo sfondo, urbano e periferico, di una Roma spersonalizzante, in cui fra la concitazione dei viaggi per giungere in centro con la metro (che ricorda quasi la catena di montaggio di una fabbrica) e l’assoluta inerzia e il deserto di un parcheggio di periferia al sole, l’impatto con la realtà è di una sconcertante crudezza.

Pur con le migliori intenzioni, la spinta alla sopravvivenza è defaticante. Non è così sufficiente l’ottimismo di Eli o il candido sguardo perso di Agnese per appianare le tensioni di un tessuto sociale ribollente: in esso prevalgono gli egoismi, i particolarismi, e manca una visione sociale e solidale che potrebbe rappresentare l’unico antidoto alla frammentazione della nostra società. In questo modo, Agnese, pur di fede cristiana e facente volontariato in un campo rom, è pronta ad accusare proprio un rom del simulato stupro, scatenando così le sopite tensioni razziali nel quartiere; Eli è disposta ad accettare un lavoro pagato in nero e condizioni lavorative frustranti, con un capo che le detrae parte dello stipendio proporzionale ai ritardi accumulati e, ormai in fin di vita alla fermata della metropolitana, non viene da alcuno soccorsa, morendo di conseguenza in un luogo di passaggio in cui il suo corpo, sebbene presente, è pari ad una delle tante ombre che vi aleggiano. Le due donne, dunque, pur di sopravvivere vengono a patti con questo mondo, vi si scontrano per imporsi. Ma se Eli soccombe, Agnese ha la possibilità, e le forze, di trovare in esso uno spiraglio. Quello di un’autentica sé, bella e preziosa perché individuale.

di Luca Zammito

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