Attualità Medicina e Salute

I vaccini, tra falsità e semplificazioni: perché non sono pericolosi

Due sono gli articoli di fede di ogni antivaccinista degno del suo nome, spesso coesistenti: che i vaccini siano inquinati da ogni sorta di terribili contaminanti, e che i vaccini siano nocivi di per sé. Ma queste convinzioni reggono alla prova dei fatti?

Appurato che i vaccini non sono inutili, e nemmeno convenienti per la temibile lobby del Big Pharma – propensa, piuttosto, a sfruttare ogni nostro minimo disagio per rimpinzarci fino all’inverosimile di integratori, pillole dietetiche e anti-age – è necessario dimostrare che non causino malattie ben peggiori di quelle che si cerca di debellare.

È doveroso da parte della comunità medico-scientifica vagliare ogni dubbio sulla sicurezza dei farmaci, inclusi quelli dai benefici tanto vasti ed epocali come i vaccini. Nella scienza, infatti, non devono esistere dogmi, e ogni certezza può in un secondo momento rivelarsi, se non errata, quantomeno incompleta. Naturalmente, più verifiche sperimentali si compiono più diminuisce il margine di errore. Come sosteneva il filosofo ermeneutico Karl Popper, è proprio la possibilità di condurre esperimenti su dati oggettivi a rendere il metodo scientifico la forma più sicura di conoscenza. In linea di principio, è del tutto possibile i vaccini possano talora cagionare ciò di cui li accusano i loro detrattori, e quei pochi che ne soffrirebbero devono essere tutelati anche a costo di mettere in dubbio una delle migliori invenzioni dell’umanità. D’altra parte, quando si è incominciato a praticare le vaccinazioni di massa, tanto i vaccini quanto i loro metodi di produzione non erano ancora stati perfezionati, e talora si verificavano effetti avversi di una certa entità e contaminazioni accidentali. Per questo numerosi ricercatori si sono presi la briga di verificare ogni teoria, anche la più improbabile e inattendibile, sulla pericolosità dei vaccini.

Periodicamente fa la sua comparsa uno studio, o presunto tale, che asserisce di aver dimostrato il collegamento fra una condizione patologica e le vaccinazioni, magari descrivendo qualche caso sospetto, oppure ritiene di aver individuato una sostanza tossica nei preparati vaccinali. Nonostante la festosa accoglienza che ricevono in certi ambienti, è necessario ricordare che finora fra questi “studi”, a partire da quello tristemente celebre di Wakefield del 1998, non ve n’è stato uno che non abbia presentato argomentazioni superficiali, gravi lacune o persino intenti disonesti; ne citeremo diversi nel corso dell’articolo. Ciò nonostante, la comunità scientifica ha sempre proceduto a verificare la loro veridicità, attraverso un gran numero di studi sperimentali, in aggiunta alla normale farmacosorveglianza.

L’esperimento principale di gran parte di questi studi è di carattere statistico, e funziona in modo assai semplice e comprensibile: si prende un campione di individui a cui è stato somministrato il particolare vaccino incriminato, e un campione di individui non vaccinati (il gruppo di controllo), e li si monitora nel breve, medio e lungo periodo, persino per decenni. Se la frequenza della patologia, che si suppone possa essere causata dal vaccino, è superiore nel campione dei vaccinati rispetto a quello dei non vaccinati in misura superiore all’errore sperimentale, allora il nesso è ritenuto plausibile. Ciò non solo non è mai accaduto, ma anzi spesso e volentieri la frequenza della patologia nel campione dei vaccinati è stata addirittura inferiore rispetto al gruppo di controllo!

Gli studi di sorveglianza hanno permesso di dimostrare che i vaccini non hanno alcuna relazione causale con la SIDS, la morte improvvisa del neonato nella culla (Hoffmann 1987; Mitchell 1995; Fleming 2001Vennemann 2007; Traversa 2011), con il diabete (Graves 1999; Jefferson 1998; Destefano 2001; Hviid 2004; Duderstadt 2012), con il morbo di Crohn (Chen 1991; Duclos 1998; Farrington 1995; Farrington 2001; Feeney 1997; Haga 1996; Patriarca 1995; Taylor 2002), con la sclerosi multipla (World Health Organization 1997; Confavreux 2001; Ascherio 2001; Langer-Gould 2014); con l’insorgere di asma e allergie (Nilsson 1998; Henderson 1999; Destefano 2002; Mullooly 2002; Grüber 2001; Nakajima 2007; Grüber 2008; Schmitz 2011), con l’epilessia (Barlow 2001; Huang 2010; Wiznitzer 2010; Sun 2012; Pruna 2013), con encefaliti e altri disordini neurologici (Mäkelä 2002; Ray 2006; McIntosh 2010; Pahud 2012; Kline 2015). E questi sono soltanto gli studi più celebri, per non parlare di quelli che assolvono i vaccini dall’accusa di essere contaminati da pericolose quantità di metalli pesanti, di indebolire o sovraccaricare il sistema immunitario, di provocare l’autismo o malattie autoimmuni (1): considerando soltanto quelli che confutano l’associazione autismo-vaccini, ne esistono più di settanta. Al contrario, i sedicenti studi e i luoghi comuni che tacciano i vaccini di essere pericolosi si sono dimostrati scientificamente errati in modo grossolano, senza contare la scarsa affidabilità dei metodi e la dubbia onestà dei loro autori. Esamineremo ora insieme i casi più noti.

L’autismo e i vaccini, parte prima: Wakefield

La regina delle menzogne sui vaccini è senza dubbio quella che possano provocare autismo e altri disordini neurologici nei bambini. Il padre indiscusso è stato senza dubbio Wakefield: il suo studio di fine millennio, che incriminava il vaccino trivalente Morbillo-Parotite-Rosolia – previsto nell’attuale decreto legge anche come quadrivalente MPR + Varicella – venne pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet accompagnato da un vero e proprio diluvio di fondatissime critiche. Per cominciare, il suo campione aveva la sconfinata ampiezza di ben 12 individui rispetto alle auspicabili migliaia; il gruppo di controllo di non vaccinati non era nemmeno stato allestito, rendendo impossibile il fondamentale confronto e violando una norma scientifica in vigore sin dagli inizi del secolo; nelle sue osservazioni si premurava di non mettere in evidenza che i bambini in Gran Bretagna ricevevano il trivalente proprio nell’età in cui l’autismo diventava diagnosticabile e veniva solitamente diagnosticato. Insomma, tralasciando il fatto che i suoi stessi collaboratori, vista la mala parata, portarono di loro spontanea volontà le prove della falsificazione di dati cruciali e delle storie cliniche dei pazienti, appare chiaro che l’esperimento era stato costruito ad arte per ottenere un risultato prestabilito. Wakefield perse ogni residuo di credibilità quando si seppe che non solo era stato pagato per far vincere, con i risultati del suo studio, delle cause contro alcune aziende farmaceutiche, ma intendeva anche mettere in commercio un farmaco alternativo al vaccino.

L’elemento più indicativo della disonestà dello studio era il fatto che diverse delle argomentazioni contenute apparivano rivolte non tanto a persuadere un pubblico di esperti, quanto a seminare paura nell’opinione pubblica. Per fare un esempio, Wakefield portò come prova (peraltro falsificata) delle sue crollanti tesi la presenza di materiale genetico del virus del morbillo in alcune biopsie intestinali di bambini vaccinati, autistici e non, asserendo di aver dimostrato che il virus vaccinale si riproduceva in quelle regioni dell’organismo. Chi è digiuno di medicina non potrà che intimorirsi e convincersi della pericolosità del vaccino, ma chi ha anche solo qualche nozione basilare sa benissimo che è perfettamente normale, anzi opportuno, che il virus vaccinale si riproduca in seguito alla vaccinazione: si tratta infatti di un patogeno attenuato (v. il nostro articolo), e proprio il suo tasso di riproduzione – artificialmente moderato – rende pressoché certa la reazione immunitaria che salvaguarderà da future infezioni. Simili citazioni fuorvianti di fatti scientificamente veri non sono purtroppo infrequenti tra gli antivaccinisti, e questo non sarà l’unico esempio che verrà citato.

Andrew Wakefield

Ma qual era l’argomentazione cardine di Wakefield? La sua ipotesi era che il virus vaccinale, riproducendosi, determinasse un’infiammazione delle pareti intestinali, rendendole quindi più permeabili a sostanze tossiche in grado di causare l’autismo. È senz’altro possibile, in teoria. Se fosse vero, il tasso di individui autistici nella popolazione vaccinata con il trivalente MPR dovrebbe essere percettibilmente più alto che in quello dei non vaccinati, no? Peccato che non sia così, anzi, è vero semmai il contrario: questo vaccino tende infatti a prevenire l’autismo, dato che, rendendo immuni alla rosolia, evita che le donne in gestazione la contraggano e che l’infezione, colpendo il cervello del bambino, possa renderlo autistico.

La frode scientifica di Wakefield è stata infine ricostruita nel 2011 in tutte le sue nefandezze da un noto giornalista d’inchiesta, Brian Deer.

L’autismo e i vaccini, parte seconda: il mercurio

Nei vaccini di qualche lustro fa si usava come antisettico un composto chiamato thimerosal, contenente un atomo di mercurio nella sua struttura molecolare. Essendo il mercurio un noto veleno, la preoccupazione causata dall’uso di questo composto è stata naturale: ma il thimerosal non è mercurio, bensì un composto di ventitré atomi di cui uno di mercurio. Nel nostro organismo viene metabolizzato e scisso in innocuo tiosalicilato e in etilmercurio, un composto di tossicità pressoché nulla e rapidamente espulso dal nostro organismo. Tuttavia, a dispetto di quest’evidenza, del dosaggio estremamente basso del thimerosal e della sua incapacità di causare lesioni in alcun modo rilevabili, quel mercurio spaventava. Alcuni, sulla base di dubbi esperimenti basati sull’osservazione di cavie animali imbottite con dosi apocalittiche (quando specificate) di composti mercuriali, hanno ipotizzato una correlazione fra di esso e la comparsa dell’autismo nei bambini. Gli otto maggiori studi che hanno dimostrato l’infondatezza di questa ipotesi (Nelson, Bauman 2003; Hviid 2003; Verstraeten 2003; Heron 2004; Andrews 2004; Fombonne 2006; Price 2010; Taylor 2014), evidenziano inoltre che gli avvelenamenti da mercurio e da composti mercuriali provocano lesioni patologiche e sintomi alquanto dissimili da quanto riscontrato nei soggetti autistici, le cui alterazioni cerebrali sono già individuabili ben prima della nascita e della somministrazione del primo vaccino (Stoner 2014).

Non è tutto: qualsiasi essere umano si nutra di pesce è esposto allo stesso composto mercuriale risultato del metabolismo del thimerosal nel nostro corpo – l’etilmercurio – nonché al ben più pericoloso metilmercurio, questo realmente tossico e in grado di accumularsi per decenni nell’organismo. Le dosi sono anche qui troppo esigue per causare avvelenamenti o danni percettibili, anche se più pesanti e frequenti che nei vaccini. Ad ogni modo, se fosse vera la correlazione fra l’autismo e questi composti, in popolazioni con una dieta ricca di pesce non dovrebbe esserci un tasso di individui autistici superiore al normale? Il primo degli studi sopracitati esaminava gli abitanti delle isole Faer Oer e delle Seychelles, lontanissimi dal punto di vista geografico, climatico, antropologico, ambientale e culturale, ma accomunati dalla dieta “mercuriale”: la percentuale di individui autistici non si discostava da quella del resto del mondo. Stesso discorso per le popolazioni esposte a massicci quantitativi di mercurio per via della contaminazione industriale. Infine due studi particolarmente complessi e accurati (Thompson 2007; Tozzi 2009) hanno escluso la presenza di deficit neuropsicologici anche minimi in bambini vaccinati con thimerosal.

Il principio di precauzione, pilastro della medicina, è stato comunque rispettato e il thimerosal non è più contenuto da decenni in nessuno dei vaccini attualmente impiegati, sostituito da composti non incriminabili. La sua dipartita, lungi dall’essere il trionfo degli antivaccinisti, ha anzi smentito definitivamente la loro teoria: se fossero stati nel giusto i casi di autismo avrebbero dovuto registrare una flessione, ma ciò non è accaduto…

Alluminio e altri metalli: un caso che non sussiste

Le voci sulle dosi allarmanti di metalli pericolosi contenute nei vaccini si sono originate per due ragioni principali: da un lato, il noto utilizzo di composti dell’alluminio come coadiuvanti, dall’altro, la recente pubblicazione di uno studio che ha individuato tracce di metalli pesanti non dichiarati all’interno di questi farmaci. Affronteremo ora questi due apparenti scandali in tutta la loro inconsistenza.

I composti dell’alluminio hanno un ruolo imprescindibile nei vaccini che non contengono patogeni attenuati, in quanto in loro assenza la risposta immunitaria sarebbe insufficiente. L’alluminio è un metallo privo di funzioni biologiche, che non viene del tutto espulso dal nostro organismo, velenoso se assunto in dosi massicce. Ce n’è abbastanza per fornire materiale agli antivaccinisti, che hanno accusato i composti dell’alluminio di causare i disordini neurologici da loro in precedenza attribuiti al thimerosal e altro ancora. Gli antivaccinisti amano sottolineare tutti gli spaventosi effetti delle intossicazioni da allumino, dimenticando un principio della medicina valido sin dai tempi di Ippocrate: è la dose che fa il veleno. Qualsiasi sostanza se assunta in quantità eccessive è tossica, persino l’acqua, persino il cloruro di sodio, il comune sale da cucina (ne bastano 225g assunti in un colpo solo per non lasciare scampo a un uomo adulto). E la tossicità dei composti dell’alluminio contenuti nei vaccini – il principale è l’idrossido di alluminio – non è in alcun modo osservabile anche accumulando ogni settimana nel nostro organismo 2 milligrammi, ovvero 0,002 grammi, di alluminio per chilogrammo di peso corporeo nell’arco di tutta la vita (World Health Organization/JECFA 2012)

Le dosi complessive di alluminio introdotte al completamento di un ciclo vaccinale annuale, nel peggiore dei casi non superano i 4,3 milligrammi (Keith 2002). Si tratta una quantità troppo piccola per causare le lesioni osservate nelle intossicazioni: non si vede quindi come mai debba causare danni al cervello paragonabili a quelli delle dosi tossiche. Non solo, ma tale quantitativo è largamente surclassato dall’alluminio introdotto nell’organismo per via alimentare: l’alluminio è infatti il metallo più abbondante sulla superficie del nostro pianeta, ed è contenuto in particolare nei vegetali – per via del loro contatto con il suolo – ma anche negli animali e nell’acqua potabile. In totale, ne ingeriamo ogni giorno da un minimo di 5 mg a un massimo di 20 mg. Considerando che il tasso di assorbimento dell’alluminio lungo il tratto gastrointestinale è di circa lo 0,78%, questo vuol dire che ogni anno assorbiamo da circa 14 mg a quasi 57 mg di alluminio, più di quanto ne venga inoculato dai vaccini nell’arco di tutta la vita! Va da sé che, anche nell’ipotesi di pura fantasia che l’alluminio fosse dannoso in quelle minuscole quantità, tutta l’umanità sarebbe intossicata sin dall’alba dei tempi e i vaccini sarebbero l’ultimo dei problemi…

Lo studio di quest’anno di Stefano Montanari, subito diventato la freccia preferita nell’arco di molti movimenti antivaccinisti, crolla miseramente per motivi simili. La confutazione del nucleo di tale “studio” è così evidente a chi abbia un minimo di conoscenze scientifiche che vale appena la fatica di formularla: impiegando le più sensibili tecniche di microscopia elettronica al momento disponibili, l’illustre dottore (in farmacia, non in medicina) ha analizzato campioni provenienti da 30 vaccini, facendone precipitare i componenti più pesanti e riscontrando in ogni 20 microlitri (0,000002 litri) un massimo di 1821 nanoparticelle – particelle dalle dimensioni nell’ordine del miliardesimo di metro – fra cui qualche mezza dozzina di metalli pesanti quali oro, tungsteno, cromo e piombo. Ciò vuol dire che in un litro di vaccino ci sarebbero fino a 910 milioni di nanoparticelle di cui l’1% (percentuale in eccesso) sarebbero costituite da metalli pesanti. Ora, è comprensibile che una simile cifra possa suscitare paura in chi è del tutto digiuno dei numeri della chimica, e questo sembrerebbe l’unico obiettivo del signor farmacista.

Sorvoliamo pure sul fatto che il 99% (percentuale in difetto) delle nanoparticelle erano costituite dai già citati cloruro di sodio e composti dell’alluminio, ingredienti voluti e non, come sembra evincersi dallo studio, inquinanti collaterali: rimangono comunque, nel peggior caso possibile, circa 9 milioni di nanoparticelle di metalli pesanti per litro di vaccino non dichiarati dai produttori. E come mai non sono stati dichiarati? Perché non si conducono analisi per trovare una quantità così insignificante di componenti accidentali. Sì, insignificanti: le nanoparticelle più grandi non superano infatti gli 8 milioni di nanometri cubi; assumendo generosamente che tutti i 9 milioni abbiano tale grandezza, abbiamo circa 72000 miliardi di nanometri cubi in un litro; dato che un litro è pari a un decimetro cubo, e un decimetro cubo è pari a 1024 nanometri cubi, ne consegue che queste particelle non arrivano agli otto miliardesimi del volume totale, di cui costituiscono poco più dello 0,0000000072%. Considerando tutte le nanoparticelle ed arrotondando ancora tutti i calcoli e le stime per eccesso, sfioriamo la temibile cifra degli otto decimilionesimi del volume totale.

In pratica Montanari ha elogiato la straordinaria purezza dei vaccini rispetto a qualsiasi altra cosa possiamo introdurre nel nostro organismo su questo pianeta. Da un soffio d’aria respirato sulla cima dell’Everest a una goccia d’acqua della Fossa delle Marianne, ovunque si trovano tracce di metalli pesanti e dei più disparati elementi, in quantità anche più elevate che nei vaccini ma quasi sempre altrettanto innocue e infinitesimali. Uno degli studi in materia (Lomer 2002) ha dimostrato che assumiamo ogni giorno per via orale oltre mille miliardi di nanoparticelle delle sostanze più imprevedibili, più di mille volte la quantità contenuta in un litro di vaccino. Uno studio identico a quello di Monatanari, magari fornito dei dati quantitativi relativi alle concentrazioni – guarda caso curiosamente omessi – e privo del tono retoricamente allarmista che lo contraddistingue, avrebbe potuto essere presentato da un’azienda farmaceutica per garantire l’eccelsa qualità di un suo prodotto, ottenuta grazie a numerosi e sofisticati processi di filtraggio e monitoraggi attenti e costanti.

I vaccini (non) fanno male al sistema immunitario

In quanti non hanno mai sentito e trovato convincenti luoghi comuni come “i bambini sono troppo piccoli per tutti quei vaccini”, “troppi vaccini sono pericolosi, soprattutto insieme”, “i vaccini sovraccaricano il sistema immunitario” o “lo indeboliscono” o al contrario “lo stimolano oltremisura”? La saggezza popolare è spesso in grado di cogliere certe verità inerenti alla natura umana, ai rapporti sociali e alla vita vissuta con più acume della cultura accademica. Questo va riconosciuto. Su un terreno scientifico, tuttavia, tale saggezza tende ad avere lo stesso grado di affidabilità di un paio di ali di cera per volare vicino al sole: sarà pertanto utile mettere in discussione queste dicerie in apparenza così persuasive, ed esaminarne la veridicità.

Partiamo dalla prima: al compimento dei due mesi, quando si iniziano i cicli vaccinali, il sistema immunitario dei bambini è già perfettamente sviluppato e in grado di rispondere al vaccino. Basti pensare che il timo, uno dei più importanti organi produttori di cellule immunitarie, non solo inizia a funzionare già mesi prima della nascita, ma nel periodo fetale, e durante l’intera infanzia, è notevolmente più sviluppato che nell’età adulta! Molti genitori preferiscono rimandare le prime vaccinazioni in nome di un’istintiva presunzione di fragilità, ma ciò non rende il vaccino più o meno sicuro: serve solo ad aumentare la finestra temporale in cui un bambino è vulnerabile a infezioni prevenibili. Per fare un esempio, i bambini non vaccinati per la pertosse presentano un tasso di ospedalizzazione 10 volte più alto rispetto a quelli vaccinati (Stojanov 2000).

La prova che il sistema immunitario di un bambino piccolo sia già responsivo è la stessa che confuta i luoghi comuni del sovraccarico e della pericolosità dei vaccini combinati: è notissima l’enorme quantità di virus, batteri e altri patogeni con cui viene a contatto un neonato fin dalle sue prime ora di vita, anche in luoghi dagli standard igienici eccellenti. Considerando soltanto i batteri, uno studio degli anni ’90 (Conway 1995) mostrava come i neonati appena dopo la nascita vengano a contatto con ben 400 specie diverse di patogeni, ognuna dotata di un minimo di tremila antigeni diversi, per un totale di oltre un milione di differenti antigeni a cui il loro giovane sistema immunitario deve far fronte. Somministrando insieme tutti i vaccini obbligatori previsti dal decreto Lorenzin (il quadrivalente Morbillo, Parotite, Rosolia, Varicella e l’esavalente per le restanti sei malattie) abbiamo l’oltremodo terrificante cifra di 118 antigeni virali e batterici, accuratamente selezionati, contro un milione degli antigeni batterici più difformi (Offit 2002), escludendo virus, funghi e protozoi vari. Un grammo di terreno non inquinato contiene nel migliore dei casi seimila specie di batteri: se un bambino cadendo si sbuccia una gamba, nel suo corpo entrano quindi almeno 18 milioni di antigeni diversi, perdipiù trasportati in punta di lancia da microrganismi vitali e aggressivi, al contrario che nei vaccini. Sovraccaricano il sistema immunitario del piccolo? Lo stimolano eccessivamente? Penso che ciascuno di noi possa rispondere per esperienza…

Com’è noto, sono comuni moderati effetti avversi all’iniezione di un vaccino, quali gonfiore, dolore nel sito d’iniezione o febbre, dovuti sia all’azione meccanica dell’iniezione sia alla pericolosità delle malattie che il sistema immunitario, “illuso” dalla presenza degli antigeni, crede di dover fronteggiare. Gli antivaccinisti amano addurre questi inconvenienti come prova che i vaccini causino stress infiammatorio nel nostro organismo, con tutta una serie di tragiche e indeterminate conseguenze… Naturalmente, una tale affermazione risulta inquietante solo se si evitano di menzionare tutta una serie di altre cause di stress infiammatorio: una fetta di pane bianco, un boccone di formaggio, un uovo, una torta, un raffreddore, la luce solare, un’emozione intensa. La vita, a conti fatti.

Si potrebbe obiettare che forse gli antivaccinisti hanno ragione, che lo stress provocato dal vaccino è maggiore di tutte queste cose e pertanto pericoloso. E lo stress indotto da un’infezione vera e propria? Ci sono miriadi di studi che palesano quanto sia immensamente più intenso di quello provocato dal vaccino, ma per farsene un’idea è sufficiente guardare gli effetti macroscopici immediati sull’organismo: nel caso di un vaccino niente, oppure al massimo un arrossamento locale e della febbre passeggera; nel caso, supponiamo, del morbillo, abbiamo tosse secca, infiammazione della mucosa nasale, congiuntivite, febbre elevata e persistente, dolori articolari, senso di prostrazione, eruzioni cutanee su tutto il corpo e rischi di complicazioni per via di concomitanti infezioni batteriche. C’è paragone? Il medesimo virus, attenuato nel vaccino, causa uno stress mille volte inferiore per concentrazione di molecole infiammatorie e per numero e attività di cellule immunitarie, oltre che dal punto di vista dell’intensità e della durata dei sintomi.

Se i vaccini indebolissero il sistema immunitario, la salute dei bambini dovrebbe peggiorare con conseguenti infezioni, no? Peccato che così non sia. Si riportano di seguito solo quattro tra i maggiori studi a riguardo (Otto 2000; Miller 2003; Hviid 2005; Sørup 2014), gli ultimi due con le eccezionali ampiezze di 800.000 e mezzo milione di soggetti studiati, che concordano tutti sullo stesso fatto: la frequenza di infezioni in seguito a vaccinazione non solo non aumenta, ma diminuisce nei giorni, nei mesi e financo negli anni successivi.

Altre bufale in ordine sparso

Uno studio antropologico sulla capacità umana di autoalimentare il proprio panico non potrebbe non prendere come punti di riferimento i casi dello squalene e della formaldeide. Il primo usato in minuscole dosi in un ridotto numero di vaccini (fra cui non in quello che ha sollevato la disputa sulla sua sicurezza); la seconda presente come residuo in un solo vaccino nella storia, ed entrambi naturalmente prodotti dal nostro corpo, introdotti con l’alimentazione e tranquillamente metabolizzati in quantità da far impallidire un lago dei suddetti vaccini. Purtroppo però ci mancano lo spazio, il tempo e la voglia di realizzarlo.

Da qualche tempo va per la maggiore asserire che i vaccini a virus attenuati rendono i vaccinati sacche ambulanti delle stesse pericolose infezioni che si cerca di debellare. Va sottolineato che i virus sono appunto attenuati, ovvero non patogeni, e oltretutto difficilissimi da trasmettere in quanto non si replicano quasi per nulla. La loro unica funzione è quella di far credere al sistema immunitario di avere a che fare con il vero virus ed essere distrutti nella loro performance. La sopravvivenza del virus nell’organismo, la sua regressione alla forma virulenta e il suo successivo contagio è una rarissima tripla combinazione di eventi, non certo la regola. Il fenomeno si è verificato solo per il vaccino anti-varicella e soltanto 9 volte in trent’anni (WHO 2012).

Insomma, abbiamo visto su cosa si fondano le convinzioni riguardanti la pericolosità dei vaccini: quantità di presunti contaminanti largamente inferiori a quelle naturalmente assunte ogni giorno da chiunque mangi, beva o respiri, associazioni con malattie che dozzine di studi mostrano non avere un’aumentata incidenza nei vaccinati, esperimenti truccati o fuorvianti a dimostrare il contrario. Per quanta sincera adesione abbia suscitato, non si può certo dire che la causa degli antivaccinisti brilli per la scientificità (e la virtù) dei suoi leader, né per l’inoppugnabilità delle loro argomentazioni. Se ci fosse un bugiardino per le teorie come c’è per i farmaci, il loro non ispirerebbe molta fiducia…

Nel prossimo articolo parleremo più nel dettaglio del movimento antivaccinista, dei suoi fini, delle sue motivazioni e delle sue tattiche, oltre ad analizzare le ragioni, i vantaggi e le criticità della nuova legge sulle vaccinazioni, nonché il suo impatto sull’opinione pubblica. In ogni caso, spero di essere riuscito a far emergere con chiarezza quello che la scienza, con tutti i suoi limiti (ma soprattutto con tutte le sue risorse) ha dimostrato durante decenni di esperimenti: la cosiddetta pericolosità dei vaccini è stata teorizzata cento volte ma sempre smentita sperimentalmente, mentre i benefici, sia in termini di costi economici che di vite umane salvate, sono innegabili e immensi.

di Alessandro Vigezzi


Riferimenti:

Tutti gli studi citati sono disponibili sul sito specialistico PubMed.

(1) Per una sintesi degli studi sulla relazione fra vaccini e malattie autoimmuni v. C. Betterle e G. Zanoni, Malattie autoimmuni e vaccinazioni, in “L’Endocrinologo”, 2014, disponibile qui

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