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Daphne Caruana Galizia, il tesoro insanguinato del governo maltese

L’isola del tesoro: tra bellissime spiagge e corruzione, l’assassinio irrisolto della giornalista d’inchiesta maltese alimenta le preoccupazioni dell’opinione pubblica sulla tenuta democratica e pluralista degli Stati occidentali. A partire dalla tutela della libertà di stampa.

Non siamo nuovi a tristi notizie di giornalisti che vengono uccisi per quella che è la loro professione, scomoda a molti, il cui obiettivo è raccontare la verità. È facile, nell’immaginario collettivo, credere che ciò avvenga solamente in posti lontani da noi, in Paesi dove le libertà sono negate e in assenza di democrazia. Invece, il 16 Ottobre dello scorso anno, abbiamo avuto la tragica conferma del contrario.

Daphne Caruana Galizia era una donna forte, una madre, una giornalista, ma ancor prima una persona che senza timore non accettava passivamente l’ingiustizia, tenendo sempre alto l’orgoglio della sua professione: quello della ricerca della verità. La sua voce è stata barbaramente e vigliaccamente ridotta al silenzio quel 16 Ottobre a soli 80 km dalla Sicilia, nella Repubblica di Malta. Per capire il perché del suo assassinio è necessario comprendere su cosa Daphne indagava, ed in particolare il contesto politico-economico della piccola isola del Mediterraneo.

Negli ultimi anni Malta è entrata nelle cronache per aver spalancato le porte agli imprenditori stranieri, attratti dalla cospicua riduzione delle detrazioni fiscali in favore di chi stabilisca lì una sede della propria società. Ciò non solo permette di eludere le tasse, ma apre anche la strada al riciclaggio di denaro, ovvero alla trasformazione di capitali provenienti da una fonte illecita, come può essere la corruzione, in investimenti per attività lecite. Il tutto è semplificato per i cittadini dell’Unione europea, in quanto lo Stato maltese attua pochissimi controlli nei loro confronti. Ciononostante, la cittadinanza non è un problema per quest’isola del tesoro. Infatti, un altro scandalo che ha il suo epicentro a Malta è quello della vendita di cittadinanze a persone che nel piccolo Stato non hanno mai messo piede, purché dispongano di un importante conto in banca.

Ma il gioco dell’illecito non coinvolge solo stranieri. Il ministro Konrad Mizzi e il capo dello staff del premier maltese, Keith Schembri, avrebbero aperto conti offshore tre giorni dopo la vittoria del loro partito alle elezioni, nel 2013. Il Primo Ministro non è immune alle accuse; la moglie Michelle Muscat è accusata di essere la proprietaria di Egrant, una delle società implicate nello scandalo Panama Papers. Daphne Caruana Galizia ha notevolmente contribuito alla scoperta di informazioni riguardo ai succitati scandali, divenuti talmente di dominio pubblico da far intervenire il Parlamento europeo con una missione ad hoc, la cui relazione è stata resa pubblica lo scorso anno. Essa ha messo in evidenza la presenza di palesi e frequenti episodi di riciclaggio di denarodi prove di corruzione e di vendita di passaporti, confermando il coinvolgimento delle persone smascherate dalla giornalista. Tuttavia, nulla è accaduto ad alcuno degli implicati nell’inchiesta. 

Al centro dello scandalo del riciclaggio di denaro c’è una banca, la Pilatus Bank, che ha aperto le sue filiali nell’isola qualche mese dopo la vittoria del Partito Laburista alle elezioni del 2013. Essa avrebbe dovuto prestare i suoi servizi all’élite governativa del regime dell’Azerbaijan. Daphne Caruana Galizia ha indagato al riguardo aiutata da Maria Efimova, ex assistente del proprietario della banca, Ali Sadr Hasheminejad, arrestato a Marzo 2018 negli USA per vari capi d’accusa, tra cui frode al sistema fiscale statunitense. I collegamenti tra la Pilatus Bank, lo Stato maltese e il regime azero sono palesi, secondo quanto riferito dalla Efimova nel documentario Daphne – Esecuzione di una giornalista, a cura di Carlo Bonini e Giuliano Foschini e frutto di una collaborazione tra Divisione Digitale del Gruppo Gedi, 42° Parallelo e Sky. L’ex impiegata russa afferma di ricordarsi in particolare di una transazione, pari a poco più di un milione di dollari, proveniente dal conto Pilatus di una compagnia di proprietà di Layla Aliyeva, figlia del presidente azero, e diretta alla Egrant a Dubai. Il conto alla Pilatus di quest’ultima vede Michelle Muscat come unica beneficiaria.

Sentite le testimonianze della Efimova, Daphne pubblica la notizia sugli illeciti della Pilatus Bank. Quella stessa notte, dalla sede della banca viene prelevata un’ingente quantità di documenti, che viene poi immediatamente spedita nella capitale azera, Baku. Il tutto viene registrato dalla televisione maltese. Di conseguenza un’indagine viene aperta dal Primo Ministro Joseph Muscat, palesemente troppo tardi.

Maria Efimova è vittima della vendetta. La donna decide di testimoniare di fronte alla magistratura maltese in seguito alla scoperta dello scandalo relativo alla Pilatus Bank. Non le è garantito l’anonimato: in poche ore tutta l’isola conosce il nome della donna, che viene quindi diffamata. Dopo aver citato in giudizio il suo ex datore di lavoro per dei salari non pagati, quest’ultimo a sua volta denuncia per frode la Efimova. La russa decide di consegnarsi alla polizia greca dopo l’emissione di un mandato di arresto europeo da parte di Malta e Cipro. La Grecia non permette, tuttavia, l’estradizione della donna. Ad oggi, Maria Efimova è libera.

Daphne Caruana Galizia è però la vittima principale. Il primo tentativo per fermarla si ha nel Gennaio 2017, quando la giornalista rivela che il Ministro dell’economia, Chris Cardona, si troverebbe in un bordello in Germania, invece che in missione per l’UE come ha dichiarato. Il politico denuncia Daphne e viene disposto il congelamento dei conti bancari a lei intestati. Non finisce qui. La donna, prima o poi, dovrà essere messa a tacere per sempre, e lei ne è consapevole. Daphne riesce ad avere accesso a delle mail private tra il premier Muscat, Keith Schembri e Christian Kalin, capo della società che avrebbe aiutato il governo maltese nell’illecita vendita delle cittadinanze. I tre si sarebbero accordati per silenziarla per sempre tramite una serie di cause internazionali che l’avrebbero distrutta.

Per settimane, prima di quel fatidico 16 ottobre 2017, un uomo è solito passare giornate intere nei pressi della dimora della giornalista. Probabilmente ne studia i movimenti, le abitudini, le giornate tipo. È Alfred Degiorgio, che insieme al fratello George e a Vincent Muscat (non c’è alcun grado di parentela con il Primo Ministro) sarà l’esecutore materiale dell’assassinio. Tutti e tre sono già noti alle forze dell’ordine maltesi per reati di minore entità. La notte prima dell’omicidio, Degiorgio impianta una bomba sotto il sedile del guidatore della Peugeot 108 che la donna aveva noleggiato, e vi lega un congegno elettronico così da far esplodere l’autovettura al momento giusto con un SMS. La mattina dopo, il carnefice aspetta che la vittima esca di casa.

Daphne Caruana Galizia lavora tutta la giornata nella sua residenza, pubblicando due articoli sul suo blog Running Commentary. L’ultimo post riguarda Schembri, che recatosi in tribunale dichiara, tra l’altro, di non essere corrotto. Le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sono: «Ora ci sono corrotti ovunque tu guardi. La situazione è disperata». Sono le 14.35. 23 minuti dopo, l’esplosione.

L’assassinio è restato sostanzialmente impunito. Perché mai i fratelli Degiorgio e Vincent Muscat avrebbero dovuto assassinare una giornalista? Loro hanno svolto la parte del boia, ma i mandanti dell’assassinio sono ancora ignoti. Il premier Muscat ha assicurato che «la polizia maltese investigherà sul caso con professionalità, senza paure o favoritismi». Eppure, il capo del governo maltese è proprio uno di coloro che grazie alla morte della Caruana Galizia vive più tranquillamente. Indubbiamente, ciò non fa di lui il colpevole, ma alimenta le preoccupazioni dell’Europa e di tutto il mondo riguardo all’effettiva affidabilità delle indagini. Per il momento, «la situazione resta disperata».

di Alex Lung

«C’è ancora qualcosa che dovrei dire prima di andare: quando le persone ti scherniscono perché sei “negativo” o perché non segui il loro flusso, perché non adotti un’attitudine di benigna tolleranza ai loro eccessi, abbi in mente che loro, non tu, sono quelli che stanno nel torto» (Daphne Caruana Galizia)

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