Cultura Teatro

Traumnovelle, lo spettacolo del sogno e dell’interiorità

Dal 3 al 13 Maggio 2018 va in scena al teatro Argot di Trastevere “Traumnovelle – doppio sogno”, adattamento del celebre romanzo breve di Arthur Schnitzler a cura di Paolo Sassanelli. E sarebbe davvero un peccato perderselo.

Inutile dilungarsi sulla trama: lo spettacolo si mantiene estremamente fedele alla storia di provenienza per quanto riguarda gli avvenimenti in sé, seppur, chiaramente, impiegando tutti gli accorgimenti necessari alla trasposizione di un racconto dalla carta stampata al palcoscenico. E inutile dilungarsi anche sulla performance degli attori: tutti professionisti di altissimo livello, in grado di incarnare perfettamente i propri personaggi senza mai inciampare in alcun eccesso recitativo. Niente gesti ampi e inutilmente pomposi, niente altalene vocali, niente overacting narcisistico: tutto è asciutto e misurato, anche nelle scene più genuinamente sopra le righe. Tutto appare perfettamente naturale e mai forzato. Gli attori non sono altro che (ottimi) strumenti nelle mani del regista, che li mette al completo servizio della messa in scena.

Ed è proprio su questo che ha più senso dilungarsi: sulla messa in scena. In Traumnovelle – doppio sogno nulla che la riguardi è lasciato al caso, a partire dalla scelta stessa del palcoscenico. L’Argot (peraltro produttore dello spettacolo) è un teatro relativamente giovane, in attività dalla metà degli anni Ottanta, da sempre impegnato nella diffusione di idee nuove e sperimentali, e offre una cornice semplicemente perfetta per ospitare un’opera così intimistica. Basti pensare che si trova fra le mura di un condominio trasteverino, e che per entrare bisogna suonare al citofono: la sua targhetta si trova mischiata tra quelle con i nomi degli altri condomini, come fosse uno dei tanti abitanti del palazzo. Una volta entrati in sala, poi, si rimane subito colpiti: quando la porta d’ingresso si apre si viene avvolti nella sua oscurità, si passa accanto a una sorta di divanetto su cui è già sdraiato il protagonista (il dottor Fridolin, interpretato da Giampiero Judica) e si prende posto su una delle poche sedie a disposizione, allineate in un’unica fila contro i tre lati della sala. Questo accorgimento di per sé rende unica la fruizione di ogni spettatore, il cui particolare punto di vista sulla vicenda, diverso da quello di tutti gli altri, lo obbliga a diventare parte attiva, a partecipare ancor più direttamente a un dramma umano che lo chiama in causa come regista. L’unico inconveniente, dato l’utilizzo di un proiettore, è che non da tutti i posti a sedere le immagini utilizzate sono perfettamente visibili.

Una menzione particolare merita la scenografia, quasi totalmente assente: l’unico arredo in una sala completamente nera – oltre al già citato divanetto e alle sedie su cui è seduto il pubblico-regista – è un vecchio pianoforte e un vaso di fiori. Eppure la sala cambia continuamente forma e dimensione, cambia addirittura la sua natura – ora strada, ora caffè, ora l’interno di un appartamento, ora obitorio –, e tutto grazie all’uso sapiente delle luci e dell’unica porta attraverso cui entrano ed escono gli attori (la stessa attraverso la quale entrano anche gli spettatori, che sono dunque ulteriormente avvicinati ai personaggi in scena); ed ecco quindi che uno stanzone rettangolare che potrebbe benissimo ospitare gli scaffali arrugginiti di un magazzino diventa un luogo impalpabile, mutevole e onirico, come l’interno di una scatola cranica flagellata dagli incubi. E quando l’incubo finisce, quando la porta che dà su questo piccolo angolo di Purgatorio si riapre e permette ai suoi prigionieri di svegliarsi, si ritorna nel mondo reale profondamente scossi, forse addirittura sconvolti.

Traumnovelle – doppio sogno è la prova che un teatro diverso è possibile: un teatro senza divismo, un teatro slegato da logiche conservatrici che lo rendono appannaggio di un’élite intellettualoide capace solo di compiacersi di sé stessa, un teatro capace di parlare, di urlare in faccia allo spettatore e di metterlo di fronte ai propri demoni costringendolo ad affrontarli, o quanto meno impedendogli di distogliere lo sguardo. Un teatro, insomma, realmente catartico; non più un’alternativa un po’ snob a una serata passata al cinema, ma qualcosa di completamente diverso e di estremamente dirompente.

E se non sono questi motivi validi per non perderselo, allora tanto vale spendere i soldi del biglietto in sostanze stupefacenti.

di Davide Rubinetti

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