Cultura Teatro

Il teatro che non vogliamo

Oggi come si fa ad aprire e mantenere un teatro in Italia? È la domanda che si deve essere fatto il direttore artistico dell’Off/Off Theatre, aperto quest’anno a Roma, a via Giulia. Questo spettacolo è la risposta alla sua domanda.

Autobiografia Erotica è un adattamento teatrale, scritto da Domenico Starnone, del romanzo Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, romanzo nato dalla penna dello stesso Starnone. La regia è di Andrea De Rosa, mentre il cast è formato da soli due attori: Valeria Scalera (che interpreta Mariella) e Pier Giorgio Bellocchio (che interpreta Aristide Gambìa). Lo spettacolo si presenta come un lavoro alternativo, senza censura, possibilmente volgare nel linguaggio perché vero, crudo in una situazione in cui l’amore non è dolce, bensì carnale e materiale; un amore che non desidera nemmeno per un secondo essere cortese e gentile. In realtà non è che un grandissimo flop: lo spettacolo potrebbe mostrare la sua grande potenza “rivoluzionaria” ed alternativa in un’epoca diversa da quella attuale. Sì, perché ponendo questo spettacolo nella contemporaneità del teatro mondiale, un lavoro di questo genere risulta molto ridicolo ed ancor più ridicolo è l’avviso che si tiene a dare: “Per il linguaggio utilizzato si consiglia la visione ad un pubblico adulto”.

Cominciamo dalla trama. La trama è molto semplice: una donna, tale Mariella, decide di mandare un’e-mail ad un uomo, tale Aristide Gambìa, con il quale vent’anni fa, per una questione di affari, ha trascorso in tutto cinque ore, nelle quali è avvenuto un rapporto sessuale. L’e-mail, ci viene detto, è scritta in maniera particolarmente sconcia, come fosse un invito a rivivere dopo tanti anni la loro avventura d’amore. Lui si presenta all’invito, ma ricorda poco o nulla di ciò che è successo fra i due. Lei gli promette un rapporto sessuale a patto che accetti di giocare a ricostruire quelle ore di vent’anni fa. Lui accetta ed il gioco inizia. Proprio durante questo gioco si dovrebbe esplicare il famoso linguaggio riservato ad un pubblico adulto, ma il massimo che viene detto di volgare è “cazzo” e “fessa” e gli argomenti più scottanti sono le mutandine di lei bagnate, in un vago ricordo di Molly Bloom nell’Ulysses di Joyce e la descrizione del pensiero di lui durante il rapporto sessuale (molto carnale). La parola “cazzo” viene utilizzata sempre per indicare il fallo, ma nella conversazione stona, la parola sembra non appartenere al linguaggio utilizzato, come fosse stato spinto con forza nel mezzo, solo per scandalizzare tramite l’uso in sé per sé. Il discorso sulla “fessa” è più complesso: è l’alternativa carina, quasi un elemento di complicità fra i due. Ma perché nominare l’organo maschile nella maniera più brutale e poi pronunciare quello femminile con complicità maliziosa?

Nello spettacolo, lo scontro durante il “gioco della memoria” fra lui e lei diventa un insulso/stupido scontro di genere, maschio contro femmina, donna che vive contro uomo. Ed ecco la prima vergognosa caratteristica: lo scontro fra i due protagonisti è uno scontro basato su luoghi comuni. La donna non ne esce vincente, perché non è una donna reale, ma è il luogo comune della donna che a confronto dell’uomo ama di più, sente e ricorda. E non può essere vincente proprio perché vive in funzione del confronto con l’uomo, non è una figura indipendente, bensì esiste perché esiste l’uomo brutale. Quindi la donna è intelligente nel momento in cui l’uomo è stupido, ricorda le cose nel momento in cui l’uomo non ricorda. L’uomo è invece ciò che è, esiste indipendentemente dalla figura femminile in quanto smemorato, non legato da sentimenti nei confronti delle donne o dei propri figli. Infatti Aristide ci dice subito che viene da tre divorzi, con un carico di quattro figli. Un personaggio che si presenta così non può che far pensare ad un uomo che non riesce a mantenere un rapporto sentimentale duraturo. E forse proprio perché la donna è portata su questo piedistallo di luoghi comuni è autorizzata a mantenere un proprio pudore, mentre l’uomo-animale è costretto a dare sfogo alla volgarità di cui sopra. Durante il gioco, lei da donna maliziosa e sensuale, che racconta quanto si eccitasse sempre di più mano a mano che loro passavano quei minuti insieme, mescolando la carnalità a un sogno d’amore giovanile, diventa vittima di un dramma che cerca sempre più di dipanarsi. Nel momento in cui all’uomo torna alla mente quanto è successo ecco che racconta l’evento, l’atto sessuale.

Dal dramma, sempre più caricato dai due personaggi, ci si aspetterebbe una violenza fatta da lui, un atto sessuale che lei prima desiderava, ma che poi lui ha preso con la forza. Ci si aspetterebbe una tragedia nei confronti del pudore di lei. In realtà ciò che a lei rimane è il fatto che fosse vergine e che quell’atto sessuale, svoltosi in pochissimo tempo con un uomo che aveva conosciuto cinque ore prima e che non avrebbe più rivisto, l’aveva profondamente. Il suo dolore si ferma al fatto che lui non ricambiava i pensieri che lei gli rivolgeva. Non lo cerca e lui non cerca lei. Una sveltina, tanto che lui se ne dimentica. È rimasta incinta? Le ultime due battute che passeranno alla storia dovrebbero spiegare:

Aristide: «Ho paura».

Mariella: «Io ho paura da vent’anni».

Durante tutto lo spettacolo si sentono dei rantoli, che sembrano un lamantino morente sulla spiaggia più che una persona malata. Non si capisce chi sia. Lei all’inizio dice a lui che è una sua amica malata che non può muoversi dal letto; poi dice al pubblico (in uno dei suoi momenti di maggiore drammaticità ingiustificata, rivolti verso il pubblico, sul proscenio, fuori dal contesto dello scontro, davvero di difficile comprensione) «Zitta mamma», così lo spettatore fa attenzione e comincia a pensare che la donna trami qualcosa; infine, sembra poter essere loro figlia, ma se sia malata, se sia veramente lei o cosa sia non viene mai detto. Si capisce però che ci potrebbe essere una probabile figlia di mezzo. Ma quindi lei lo ha chiamato perché vuole presentarle la figlia? Nel loro incontro quanta importanza ha la figlia? Nessuna. Lei afferma di aver cercato lui per rivivere quel focoso rapporto sessuale, ma non avendo ritrovato l’uomo di vent’anni fa non ne ha più voglia. Il massimo dell’incoerenza è che ciò viene affermato nel momento stesso in cui lei è nella piena drammaticità per ciò che era avvenuto, appena ricordato da lui. Comunque, in nome della parola data, lei si leva le mutandine e fa vedere la “fessa” a lui. Lui non la vuole più. Il pubblico vede tutto questo di spalle, perché è riservato ad un pubblico adulto, ma non si è volgari, anche se viene detto “cazzo” e “sperma”. Un’altra cosa molto incoerente è la conclusione di lui, che dopo tre divorzi e quattro figli ha paura di aver avuto una possibile figlia con lei, anche se questa figlia avrebbe ormai vent’anni, quindi per un uomo così poco sentimentale non dovrebbe essere un problema.

Lo spettacolo fa ridere se non piangere. Radical-chic perché non propone nulla, non ha nessun messaggio vero, sincero. La figura della donna è trattata malissimo perché la si raffigura come schiava dei luoghi comuni e pienamente dipendente dall’uomo dietro una maschera di emancipazione. Io, in quanto uomo, mi sono sentito offeso dai luoghi comuni attribuiti al maschio. Se Aristide doveva farmi provare qualcosa, mi ha solo fatto sentire il bisogno di difendermi da questi luoghi comuni.

È un radical-chic di pessima qualità perché vuole essere uno spettacolo contemporaneo di teatro off (*), ma pone un biglietto intero di 25 euro (assurdo pensando che un teatro off costa intorno ai 10 euro) e mette in scena una volgarità che poteva scandalizzare prima di Joyce, oggi fa solo ridere. Oggi in teatro ci sono i nudi, Sarah Kane ha messo in scena delle violenze sessuali terrificanti e prima ancora in letteratura Joyce ha descritto in un flusso di coscienza i desideri di una donna che non riusciva ad essere fedele, un flusso di coscienza volgare, crudo e molto più sessuale di questo intero spettacolo. 

Infine il pubblico è stato il peggiore che io abbia mai incontrato: durante lo spettacolo si sono sentiti telefoni squillare, risate alla parola “cazzo” e “fessa”, rumori di carta dovuti a scarti vari. Il pubblico sembrava quasi selezionato: un’età media abbastanza avanzata e con un atteggiamento abbastanza insolito per un teatro off, quasi fosse anche disabituato ad andare a vedere spettacoli poco poco diversi dai classici. Questo mi fa pensare che lo spettacolo (ed il teatro) cerchi un pubblico di questo genere, un pubblico selezionato in questa fascia della popolazione, con queste caratteristiche. Se questo dovesse essere vero, il contesto è veramente squallido.

Se non siete al passo con i tempi e volete vantarvi di aver visto uno spettacolo “per un solo pubblico adulto” è lo spettacolo che fa per voi, se volete vedere una bella opera teatrale scappate da Autobiografia erotica.

di Lorenzo Bitetti


Note:

(*) Nel gergo teatrale, l’aggettivo off esprime un teatro fuori dai circuiti dei grandi teatri, un teatro alternativo, sperimentale. Solitamente il teatro off preferisce zone periferiche o prive di presenza teatrale. La definizione viene dall’espressione americana Off Broadway, che fa capire il fine di questo teatro.

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