Cultura Letteratura The Serendipity Periodical

Il lato luminoso de “I fiori del male” di Baudelaire: Parfum Exotique

Nei versi di Charles Baudelaire viene cantata la più profonda sofferenza esistenziale e insieme i suoi fuggevoli antidoti: a volte basta il profumo della donna amata per evocare mondi meravigliosi e remoti. (Articolo a cura di The Serendipity Periodical).

Ci sono testi lunghissimi che a stento comunicano qualche immagine piacevole e concreta al lettore e testi che, nella loro brevità, raccontano mondi interi. Le poesie di Baudelaire rientrano a pieno diritto in questa seconda categoria, infatti nei suoi scritti il lettore trova la meraviglia, il dolore, ma soprattutto il conforto fraterno che arriva da chi ne sa quanto lui ma lo sa dire meglio, perché Baudelaire, come ha scritto lui stesso, considera il lettore un «ipocrita, (suo) simile e fratello!» (Au lecteur). Per leggere le liriche del poeta francese occorre innanzitutto silenzio affinché nella stanza non risuoni altro che la voce di chi scandisce i suoi versi, meglio se ad alta voce. Quindi, per dirla con le parole di Italo Calvino:

«Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: ‘No, non voglio vedere la televisione!’ Alza la voce, se no non ti sentono: ‘Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!’» (da Se una notte d’inverno un viaggiatore).

Dopo questo rituale preparatorio è bene ricordarsi che ogni poesia letta in traduzione ha subito modifiche irreversibili. È frutto di licenze che il traduttore si è preso in base al proprio gusto, ma soprattutto può dirsi vincente solo se suscita una sincera curiosità e un certo desiderio dell’originale. La lirica che segue non fa eccezione. Si tratta della traduzione di Parfum exotique, poesia tratta da una delle raccolte poetiche più note della modernità, Les fleurs du mal (I fiori del male) di Charles Baudelaire (1857).

Sebbene quest’autore francese sia ricordato nella cultura popolare soprattutto per la sua vita dissoluta, in quanto bevitore accanito, scialacquatore di denaro in bordelli, vino e oppio, ma soprattutto poeta maledetto dall’animo inquieto, Baudelaire era anche un uomo estremamente colto, traduttore e critico d’arte e un uomo che visse per scrivere. La sua vita fu consacrata alla scrittura e persino Edgar Allan Poe e Richard Wagner, i principali destinatari della sua più grande ammirazione, sembrano essere stati solo pretesti per scrivere ancora e ancora. Si trattava comunque di un’attività che lo fece vivere nell’indigenza. Incapace di adattare i suoi bisogni alle sue entrate, chiedeva in prestito più denaro di quanto potesse restituirne col proprio lavoro.

Fu tuttavia proprio quella condizione irrazionale, ai limiti e soprattutto di povertà, a permettergli una maggiore comprensione della sorte dei suoi contemporanei parigini, anche i più miserabili, con i quali si identificava. Nei suoi componimenti infatti Baudelaire, poeta-cittadino e sognatore urbano, parla di vittime sociali come venditori ambulanti, prostitute, vecchi, mendicanti, ladri e in questa costellazione di tipi che testimoniano la composizione prettamente proletaria della metropoli francese del tempo, lui si descrive come uno di loro.   I fiori del male, opera per la quale Baudelaire fu accusato di oltraggio alla morale pubblica, descrive la triste condizione umana di quegli ultimi con i quali l’autore si riconosceva, ma fin dal titolo è evidente il suo intento di accostare i termini opposti “fiori” e “male”, quasi ad affermare che esiste bellezza anche nella miseria.

Ma di quale miseria si tratta? 

Di quella sofferenza umana del corpo e dell’anima spesso indicata con i termini spleen o ennui, ovvero una condizione di disturbi fisici e psichici che si manifestano attraverso un senso di oppressione, angoscia esistenziale, delusione dal contrasto tra ideale e reale, impotenza, solitudine, pensieri macabri.

«In questo libro atroce ho messo tutto il mio pensiero, tutto il mio cuore, tutta la mia religione (mascherata), tutto il mio odio».

In questo panorama così cupo che sembra non lasciar via di scampo, perché in effetti non ce n’è, esistono tuttavia per Baudelaire dei palliativi, rimedi passeggeri ma necessari per sfuggire a tanta sofferenza: l’arte, l’amore, la vita in città, stimolanti come vino e oppio, la perversione, la dolcezza della sera, le donne, la musica, la ribellione contro la natura delle cose, la morte stessa e, in ultimo, il viaggio.

Fuga dal malessere

Per sfuggire al malessere esiste il viaggio reale o quello immaginario, e quest’ultimo ha le tinte del sogno, a volte esotico, scaturito da uno sguardo, un profumo, una donna. Di questo si parla nella lirica Parfum exotique che ho scelto di tradurre e che rappresenta uno spiraglio luminoso in un’opera meno buia di quel che sembra. Questo sonetto giovanile mette in evidenza il potere magico del profumo. La fusione di odori crea una sorta di beatitudine, un viaggio in un paese ideale probabilmente legato ai ricordi di un soggiorno reale che Baudelaire fece nell’isola della Réunion. Nella loro semplicità sembra di poterli sentire quegli odori e quei sapori di terre lontane.

Il sonetto inoltre è ispirato a Jeanne Duval, la cosiddetta Venere Nera, la donna mulatta che rappresenta l’amore più fisico e sensuale fra i tre grandi amori del poeta. Qui, a scatenare il ricordo dai tratti onirici, come una madeleine proustiana ante litteram è l’odore del seno della donna stretta dal poeta in un caldo abbraccio (altrove saranno i capelli di lei a ispirare rêveriee quasi ebrezza, come in Un hémisphère dans une chevelure, poesia in prosa raccolta in Le spleen de Paris). Baudelaire unisce così il tema amoroso a quello del profumo e del viaggio, un viaggio che è più importante nella fase di cammino che in quella d’arrivo, la cui destinazione è di preferenza un non meglio definito “altrove” e il cui godimento richiede il contributo attivo di tutti i sensi, testa e corpo, sempre secondo il motto «partir pour partir» reso celebre dalla lirica Le Voyage.

Profumo esotico

Quando, ad occhi chiusi, in una calda sera d’autunno,
respiro l’odore del tuo seno accogliente,
scorgo lo scorrere di fiumi felici
che abbagliano i fuochi di un sole monotono,
c’è un’isola pigra dove la natura genera
alberi singolari e frutti saporiti;
e degli uomini il cui corpo è snello e vigoroso,
e delle donne il cui sguardo sincero incanta.
Sospinto dal tuo odore verso climi affascinanti,
scorgo un porto stipato di vele e alberi,
ancora affaticati dalle onde del mare,
mentre il profumo dei verdi tamarindi,
che vaga nell’aria e mi gonfia le narici,
si fonde nella mia anima col canto dei marinai.

L’armonia con la natura e con quella donna divenne tuttavia negli anni solo un bel ricordo per Baudelaire, perché in altre liriche della raccolta poetica quella stessa Jeanne Duval diventerà frigida, un vampiro succhiasangue (Le vampire), insaziabile nel suo appetito sessuale (Sed non satiata), insofferente verso i patimenti che provoca, distruttiva femme fatale una serpe nei suoi movimenti sinuosi oltre che nella sua perversione (Le serpent qui danse). Ma poco importa, fintanto che in un primo momento da quell’armonia è scaturita una lirica dell’evasione temporale e spaziale dal ritmo così voluttuoso, evocativo e lento come una calda sera d’autunno.

di Noemi Matei


Bibliografia:

B. Wright, Baudelaire’s poetic journey in “Les Fleurs du Mal in R. Lloyd (a cura di), The Cambridge Companion to Baudelaire, Cambridge University Press, Cambridge 2005

C. Baudelaire, M. Colesanti (a cura di), I Fiori del Male e tutte le poesie, Newton Compton, Roma 2014

Questo articolo è un contributo nato dalla collaborazione de L’Ibis Scarlatto con la rivista The Serendipity Periodical, sulla quale è stato pubblicato il 15 Maggio 2018.

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