Cultura Musica

Passione e originalità: la musica sincera di Marco Greco

Lo scorso Marzo si è esibito all’Auditorium Parco della Musica il giovane cantautore romano Marco Greco, pseudonimo di Marco Casularo, artista emergente originario del quartiere di Monteverde. Un’idea, quella di diventare cantautore, nata tra i banchi di scuola del Liceo classico Luciano Manara e divenuta progressivamente realtà grazie all’incontro con musicisti del calibro di Paolo Conte e Federico Zampaglione.

Marco Greco, come sono nate queste collaborazioni per te importantissime?

Un incontro tra artisti nasce in modo spontaneo: se c’è stima reciproca tra loro si esercita una sorta di magnetismo che li attrae e li unisce. Tali incontri con questi “mostri sacri” non sono stati cercati da me, sono nati in modo naturale. Lavorare con artisti con la A maiuscola ti lascia tanto. Sono davvero grato alla vita per questi incontri e sono sicuro che ne arriveranno altri, perché chi fa arte in modo sincero incontra artisti sinceri… la musica è come un ponte ed è facile comunicare con chi vive la musica come te.

A dir la verità Paolo Conte non l’ho propriamente incontrato per caso… avevo 20 anni e quella che sto per raccontare fu una follia di gioventù: andai a trovarlo ad Asti senza invito e citofonai, lui mi accolse in modo assai gentile e ci trovammo in una bella situazione, con io che gli parlavo della mia carriera musicale e lui che preparava pane e marmellata. Ci teniamo tutt’oggi in contatto epistolare. Lui mi dà pareri preziosissimi su testi e canzoni.

E con Zampaglione?

Ero andato ad una sua masterclass, ho suonato le mie canzoni e un quarto d’ora dopo ci siamo trovati fuori in giardino a parlare di musica. Ha apprezzato molto la mia musica e abbiamo registrato insieme un duetto che sarà presente nell’album. Siamo rimasti molto amici: essendo dello stesso quartiere ci vediamo spesso per suonare insieme.

L’Auditorium Parco della Musica è un luogo speciale per Marco Greco. Nel gennaio 2016 con il brano Sconosciuti ha vinto il Premio De André, concorso riservato a musicisti e autori esordienti con il preciso scopo di ridare originalità e vitalità ad un’idea di produzione artistica scevra da concetti di commerciabilità e successo. Il brano, denso di lirismo e emotività, impressionò favorevolmente l’intera giuria, in particolar modo Fausto Mesolella, l’indimenticato chitarrista della Piccola Orchestra degli Avion Travel, che decise di seguire personalmente il percorso artistico del ragazzo. Nonostante la collaborazione si sia conclusa precocemente a causa della prematura scomparsa del maestro, essa ha saputo dare i suoi frutti: uscirà a breve negli stores il primo album di Marco Greco che vedrà come produttore artistico Fausto Mesolella.

M.G.: È stato un incontro magico, ci siamo trovati subito in sintonia. Lavorare con lui in studio è stata un’emozione intensa, Fausto era un veterano della musica italiana. Umanamente abbiamo legato tantissimo, lui mi ha insegnato molto sul vero significato dell’essere musicista. L’incontro con lui ha avuto il sapore di un regalo della vita.

Fausto Mesolella e Marco Greco

A lui è dedicato il brano Il maestro sta in cielo la cui genesi, al di là del significato letterale del titolo, non è affatto scontata.

M.G.: L’ho scritto osservando i dettagli della sua vita, sia musicale che interiore focalizzando l’attenzione sui momenti estremamente semplici della quotidianità, come prendere un caffè o andare al ristorante. A un certo punto mi sono soffermato sulla frase che Fausto diceva sempre quando qualcuno lo chiamava Maestro: «Il maestro sta in cielo». È una frase molto umile che lo rappresentava appieno nella sua essenza. Fu la svolta dal momento che scrissi il testo di getto, senza ripensarci. Fausto mi aveva fatto il regalo di produrre il mio disco e io volevo restituirgli qualcosa dedicandogli questa canzone. La cosa paradossale è che la scrissi quando lui era ancora in vita: volevo fargliela sentire ma improvvisamente poco dopo è scomparso. È un brano a cui sono molto legato perché racchiude la vitalità e l’unicità di Fausto, una vitalità che è appartenuta e appartiene a lui.

Parlare dello stile di un cantautore non è affatto scontato. Si rischia di cadere in una facile retorica nella quale nolente sarò costretto a tuffarmi. Premetto che una tale descrizione non assurge a valore assoluto, e rimane una modesta opinione critica, mai libera da ciò che spinge un libero pensatore di banalità a recensire un’opera d’arte o un artista: il piacere nel fruire di un lavoro e l’interesse nel capire quale lume lo crea.

Nelle canzoni di Marco Greco il testo ha sì un ruolo fondamentale ma non si può affermare che la musica assuma una funzione accessoria, di mera trasposizione del senso letterario in note: in Marco Greco il concetto di “canzone” è espresso nella sua totalità ed essenzialità, svolgendo il ruolo di immortalare attimi, momenti, pensieri, stati d’animo provvisori e fuggevoli con la pretesa, propria dell’artista in sé, di riviverli, e magari di comunicarli ad una collettività più o meno estesa. Solo quando il fruitore può immedesimarsi e addirittura vivere ciò che appartiene all’artista, allora il circolo può dirsi concluso e la funzione dell’arte completata. E così, al di là del livello qualitativo del lavoro, le canzoni sembrano dei piccoli dipinti ad acquerello il cui oggetto non è definito, ma nei quali predominano dei colori a cui corrispondono sentimenti e sensazioni squisitamente soggettive.

In Sconosciuti il clima di indeterminatezza, che riguarda la mancata conoscenza dell’identità della persona amata, si riflette nell’incertezza e nell’ansia che caratterizza la società odierna, rappresentata nel testo e nel video musicale da una città lugubre, grigia e giù di tono, nella quale predominano le nubi e dove il sole, fonte di gioia e felicità umane, è nascosto. In questo contesto di incertezza solo l’amore sembra essere l’àncora di salvezza e la fonte di stabilità psichica dell’uomo, anche se questo amore è artificiale, inventato, autoprodotto dalla mente dell’amante. L’elemento oggettivo è, infatti, il bisogno di rivedere l’amata, bisogno che mette il cantante alla ricerca di uno sguardo rivelatore, unica certezza incerta di una realtà degradata e degradante.

Il singolo Tutta Mora uscito in anteprima nel Gennaio del 2018 ha un sapore mediterraneo. Il brano è ritmico, caratterizzato dall’uso di strumenti a corde pizzicate come il banjo, ed ha dei colori accesi suggeriti anche dal video musicale: la felicità virile di avere come compagna una aitante donna dalla pelle olivastra, rende il protagonista della canzone raggiante, forte del fatto di essere apprezzato e (soprattutto) invidiato dalla cerchia di amici. Ambientato in una giornata estiva trasteverina, il video sembra estratto da una novella del Verga: in un clima paesano bisbigli, pettegolezzi, sguardi, tradimenti e vendette fanno da sfondo all’idilliaca storia d’amore, vissuta intensamente e forse presuntuosamente dall’amante che crede di possedere l’oggetto del suo amore. Tuttavia tale spavalda sicurezza rivela la sua origine in un inconscio timore di perdita: infatti nel finale della canzone la gioia lascia il campo alla coscienza di essere, in fondo, come tutti i suoi compaesani, mero spettatore sofferente dei capricci di una donna a cui tiene troppo.

M.G.: Tutta Mora racconta la parabola di un amore, dal suo inizio euforico ad una fine inaspettata: la storia finisce con lei che fugge e lui che rimane con le sue domande. Il titolo mi è venuto all’improvviso, mentre suonavo una rumba. La canzone è ironica e parla della fragilità umana di fronte alle emozioni: accade spesso, infatti, che i sentimenti più sono intensi più ci fanno paura .

Sulla genesi di Abbiamo vinto noi, brano che di recente è uscito vincitore del premio della critica di MusiCultura2018, lascio parlare Marco Greco:

È una canzone di speranza, un inno alla fiducia nella vita, un sogno ad occhi aperti. In fondo è un augurio che mi sono fatto e che faccio a chi ascolta di realizzare i propri sogni. Questo messaggio è impresso nella scrittura e spero che chi viene a contatto con questa canzone possa percepirlo.

Secondo te qual è il ruolo dell’artista nella società di oggi?

Penso che in fondo il ruolo dell’artista sia di rimettere in contatto le persone con una dimensione emotiva profonda. Credo che la musica, in questo periodo storico che porta le persone all’esterno di se stesse, debba riportare le persone a sentire emozioni: l’emozione è la cosa più preziosa che l’uomo possiede, coltivare e dare emozioni alla gente dà all’artista una funzione non solo sociale, ma anche umana, direi.

Premio della critica al festival MusiCultura2018

Il tuo primo album sta per uscire: qual è, se c’è, il filo tematico che collega le canzoni ivi raccolte?

Non c’è un filo tematico; o meglio non mi pongo mai l’idea di scrivere una canzone su un tema scelto a priori. Cerco di versare la mia vita dentro alla musica, di far uscire ciò che ho immagazzinato in termini di incontri, profumi, colori, sogni e di portarli in un contenitore magico chiamato canzone. La canzone è una cosa paradossale al centro tra sintesi e profondità. Dopo aver inciso le canzoni le risento e mi accorgo che un filo tematico c’è eccome, però è qualcosa di spontaneo. Il mio metodo di scrittura si basa sul lasciar fluire ciò che ho dentro.

Metto nelle canzoni tutto ciò che è magico e misterioso: l’amore è una di queste cose. L’amore inteso in tutte le sue forme, come amore per una persona o per la vita, purché muova l’essere umano.

Quali saranno i prossimi progetti che vedranno protagonista Marco Greco?

I progetti futuri sono suonare molto e far arrivare le mie canzoni a più persone possibili… A breve si aprirà un tour di concerti dove potrò suonare i brani dell’album.

Noi della redazione gli facciamo un grosso in bocca al lupo.

di Marco Cilona

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