Storia

La storia di Sami Modiano, superstite di Auschwitz

Nel 2016, partecipando al Viaggio della Memoria organizzato dal Miur nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare Sami Modiano, un superstite del genocidio nazista. In occasione della Giornata della Memoria vorrei ricordare la sua storia, più preziosa di qualsiasi altro insegnamento sulla Shoah.

Sami Modiano ci ha raccontato il suo arrivo sulla Rampa della morte di Birkenau in piedi di fronte a quella stessa Rampa dove la sua vita è stata definitivamente segnata. Il racconto della sofferenza da parte di un uomo che l’ha vissuta nel luogo dove l’ha vissuta è qualcosa che nessuno dovrebbe illudersi di conoscere, o ritenere di poter farne a meno. Il racconto del vero dolore ha una sincerità ancestrale e assoluta, che si imprime nella mente di chi ascolta. La commozione faceva vibrare di pianto le parole di Sami, mentre i suoi gesti erano stranamente decisi.

Sami era un ebreo di Rodi, all’epoca territorio italiano, e faceva parte della fiorente comunità ebraica di oltre 2500 persone che abitava l’isola insieme ai greci, ai turchi e agli italiani, con cui conviveva in pace e armonia. Quelle persone si sentivano parte di una grande famiglia, in cui tutti si conoscevano, trascorrevano le giornate insieme e si volevano bene. Sami iniziò a prendere coscienza di quale fosse la realtà del mondo in cui viveva quando aveva solo otto anni. Frequentava la terza elementare, ed era un bambino felice e uno studente curioso e intelligente. Il maledetto giorno del ’38 in cui Mussolini emanò le leggi razziali, il maestro lo chiamò alla cattedra. Sami era contento: credeva che fosse un’interrogazione, e si era preparato bene. Grande fu il suo sbalordimento quando il maestro, con un’espressione triste e una voce addolorata, gli disse che non avrebbe più potuto prendere parte alle lezioni, perché era stato espulso dalla scuola. Sami dapprima non capì, poi delle lacrime gli scesero dagli occhi. «Ma che cosa ho fatto di male?» fu la sua domanda. Il maestro gli disse, sforzandosi di non piangere, che non aveva fatto nulla di male, che non aveva nessuna colpa. Gli disse di andare a casa: sarebbe stato suo padre a spiegargli il motivo della sua espulsione. E suo padre glielo spiegò, ma comprendere quello che stava accadendo nell’Europa di allora era un’impresa troppo ardua per un bambino come Sami.

Il 18 luglio 1944 i soldati nazisti, che nel frattempo avevano occupato l’isola, decisero di deportare gli ebrei rodensi nel campo di concentramento di Auschwitz. Il lavoro di pianificazione fu lungo: bisognava far superare il Mar Egeo a centinaia di persone senza sostenere spese eccessive. Dissero alle famiglie ebree di preparare un fagotto, mettendoci dentro cibo, vestiti e oggetti di valore. Li scortarono fino al porto. Lì li ispezionarono e requisirono ogni oncia d’oro. Li caricarono su delle navi addette al trasporto del bestiame. Li rinchiusero nelle stive: centinaia di persone per ogni stiva, fra cui donne in gravidanza, vecchi e bambini. Fin da subito non li considerarono umani: tutto era sbarrato; l’unica apertura verso l’esterno, nel caldo torrido di luglio, era un minuscolo oblò. Il pavimento era ancora ricoperto dagli escrementi delle bestie. Per i loro, di escrementi, c’era un solo bidone, accanto a 5 secchi d’acqua.

Il viaggio durò sette giorni. Figli, parenti, amici, vicini di casa rantolavano e morivano nel buio asfissiante. Gli uomini rifiutavano la loro ridicola razione d’acqua per darla ai bambini o ai propri anziani genitori, perché soffrissero di meno nella loro agonia. Sami si ritrovò a essere contento che sua madre fosse morta qualche anno prima; era con il padre e con sua sorella, una splendida ragazza più grande di lui per cui provava un affetto profondo. Quando giunsero al Pireo li tennero per tre giorni dentro roventi stanzoni di cemento, prima di caricarli sui treni in partenza per i campi di concentramento polacchi. Quando arrivarono a Birkenau il loro spirito vitale era già stato messo in ginocchio. I tedeschi li scaricarono giù dai vagoni, e stringendoli da vicino, senza dar loro respiro, li fecero disporre in gruppi, per selezionare gli abili al lavoro. Gli inabili furono fatti camminare oltre le rotaie, in mezzo ai pianti e alle grida, verso le camere a gas. Le SS procedettero quindi a dividere le donne dagli uomini e i figli dai genitori, affinché ogni ebreo fosse solo e impotente di fronte alla lenta demolizione della sua umanità. Il padre di Sami stringeva forte la sua mano e quella di sua sorella, perché aveva capito cosa volevano fare. Non poté reagire: lo pestarono a sangue e glieli strapparono via.

I lavori che gli ebrei svolgevano nel campo non avevano alcuna utilità pratica per i nazisti. Tutto ciò di cui l’apparato bellico ed economico del Reich aveva necessità veniva prodotto nelle fabbriche, dove gli operai specializzati e non, prelevati tra la popolazione non ebrea dei territori conquistati, sostituivano i loro omologhi tedeschi arruolati in massa nell’esercito. Nei campi di sterminio, le incessanti fatiche e sevizie non avevano altro scopo all’infuori di quello di stremare fino alla morte i deportati, e in special modo gli ebrei, la razza inferiore sui quali era stata proiettata la colpa di tutti i mali della Germania. Giorno dopo giorno si sperimentavano il dolore, la crudeltà e l’indifferenza finché, ridotti all’ombra di sé stessi, non si aveva altro pensiero che per la propria morte. Sami non ha avuto la forza di raccontarci per intero gli orrori del campo; invece ha preferito condividere con noi un momento bellissimo di gioia e generosità. Un giorno, quando già il lavoro nel campo lo stava sfiancando, vide sua sorella aldilà di un reticolato, debole e magra come lui. Non c’è da stupirsene: la loro quotidiana razione di cibo, se tale si poteva chiamare, consisteva in una sola «fetta di pane di 250 grammi e una scodella di un’acqua sporca che chiamavano minestra». Vedendo sua sorella, qualcosa, in Sami, si risvegliò. Non poteva vederla così. Doveva fare qualcosa, doveva confortarla. Erano troppo lontani per potersi parlare. Comunicarono a gesti. Le fece capire che il giorno dopo, alla stessa ora e in quello stesso punto, le avrebbe fatto un regalo. E quando il giorno dopo si ritrovarono, Sami le lanciò la sua unica fetta di pane, avvolta dentro un panno. Lei la raccolse e se la portò al petto. Dopodiché trasse un altro panno, in cui era avvolta la sua fetta di pane, e lanciò entrambe le fette al fratello. In quanti avrebbero la forza di compiere un gesto simile in quelle circostanze, nonostante la prostrazione e la disperazione? In quel momento, Sami e sua sorella hanno davvero trionfato sulla “fabbrica della morte”, come lui ancora oggi chiama il campo di sterminio.

Sami ricorda anche la sera in cui suo padre, che vedeva una volta al giorno nella sua baracca, gli disse che la mattina dopo sarebbe andato in infermeria, perché non si sentiva bene. Tutti sapevano che recarvisi equivaleva a compiere un viaggio di sola andata per i forni crematori. Ma Sami non voleva credere che Auschwitz avesse piegato suo padre, e gli domandò se anche lui sapeva. Lui rispose di sì. Gli diede la sua benedizione e gli disse di tener duro, perché suo figlio ce la doveva fare. Poco tempo dopo, anche sua sorella dovette arrendersi alla fabbrica della morte, e il vuoto incolmabile lasciato nella vita di Sami si aggiunse alla tragedia della sua comunità. Ma nonostante l’atrocità del dolore, nonostante fosse più volte sul punto di lasciarsi andare, Sami riuscì a resistere. Negli ultimi convulsi giorni della dissoluzione del Reich, fu trovato dai sovietici, stravolto e disperato, che pesava solo venti chili. Fu curato e riportato alla vita, ma fin da subito non trovò pace. Come migliaia di altri superstiti di migliaia di altre tragedie, visse la propria sopravvivenza come il più ingiusto dei privilegi. Il dolore dei ricordi lo opprimeva e lo perseguitava, ma ciò che veramente corrodeva la sua anima era un interrogativo: perché io? Perché io sono sopravvissuto dove così tante persone che amavo sono morte? Sami ha cercato per anni la risposta, invano. Eppure, lentamente, è maturata in lui una spiegazione del suo destino: forse Dio gli ha consentito di sopravvivere per raccontare ciò che è successo, per far capire il male attraverso la sua conoscenza, per far sì che quanto è accaduto non debba ripetersi. Quando abbiamo avuto l’onore di intervistarlo, ci ha rivelato che, ormai, l’unico scopo della sua vita eravamo noi, noi giovani. Perché saremo noi, in un giorno forse non troppo lontano, a dover combattere contro il rischio di rivedere il mondo devastato da quella stessa sofferenza e crudeltà.

di Alessandro Vigezzi

Per visualizzare il video dell’intervista a Sami Modiano, clicca qui.

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