Cultura Letteratura

Oltre il Naturalismo: Federigo Tozzi e l’incoscienza del reale

Federigo Tozzi, insieme a Pirandello e Svevo, è uno degli autori italiani che è riuscito ad interpretare meglio le nuove condizioni del soggetto dell’inizio del Novecento, in cui la scoperta dell’inconscio e la modernità hanno stravolto il rapporto tra l’individuo e la società. Dalla posizione difficile di scrittore di provincia, con un passato traumatico nell’ambiente senese, riesce ad esprimere il problema esistenziale dell’uomo moderno. 

Per molto tempo dopo la sua morte, le opere di Federigo Tozzi furono ritenute erroneamente una continuazione dei modelli narrativi naturalistici, tanto che fu spesso paragonato a Verga. Prima che la critica rivalutasse i suoi romanzi e gli scritti inediti, appariva come uno scrittore che fosse in ritardo rispetto alle avanguardie, vicino alla tradizione del romanzo ottocentesco e che rispondesse alle esigenze dettate dal Tempo di edificare di Borgese. Le interpretazioni delle sue opere si basavano sull’ultimo romanzo pubblicato, Tre croci, valutato come il momento in cui riuscì a raggiungere la più alta espressione dell’impersonalità del narratore, in conformità con le richieste del naturalismo.

Solo con l’interpretazione di Giacomo Debenedetti le opere di Tozzi furono valutate da un nuovo punto di vista, liberandolo da quella scorza naturalista dentro alla quale era stato costretto per lungo tempo. La nuova critica di Debenedetti muoveva i suoi passi dal primo romanzo pubblicato, Con gli occhi chiusi, e da quest’opera procedeva ad analizzare quelle successive, osservando come anche gli ultimi due romanzi, Il podere e Tre croci, fossero lontani dalla narrativa precedente. Il critico si accorse che quello che apparentemente poteva apparire come naturalismo, di fatto non lo era. Dunque Tozzi, dopo la lezione di Debenedetti, divenne uno dei pochi scrittori italiani che partendo da una prospettiva provinciale riuscì ad aprirsi alle più moderne innovazioni europee, tanto che la sua esperienza può essere paragonata ad autori del livello di Kafka, Proust e Joyce.

Per poter analizzare più a fondo la poetica di Tozzi, si può prendere in considerazione proprio il romanzo che Debenedetti pose al centro della sua critica. L’andamento narrativo di Con gli occhi chiusi si discosta dagli schemi positivisti, deterministici e borghesi. Tozzi vuole narrare qualsiasi misterioso atto che costituisce la vita quotidiana. È dunque una poetica, in cui sotto la superficie narrativa, l’autore tenta una discesa nel profondo dei personaggi, dando al romanzo un movimento verticale piuttosto che orizzontale, diversamente dalla tradizione. Per questo motivo si può paragonare Tozzi a Proust e Joyce, in quanto tutti e tre gli scrittori tentano una ricerca dell’altro mondo che si trova al di là delle cose.

Con gli occhi chiusi fu scritto tra il 1908 e il 1914, nel periodo in cui l’autore andò a vivere con la moglie Emma nel podere di famiglia a Castagneto. La vicenda del romanzo si svolge a Siena e si propone di raccontare la storia d’amore tra Pietro e Ghisola. La trama può apparire come una storia assolutamente degna di un romanzo ottocentesco: la figura della prostituta, la storia d’amore per una femme fatale sfuggente ed enigmatica, la maturazione del personaggio Pietro che riesce finalmente a separarsi dall’amata, confermano questa ipotesi. Ma se analizzata nel profondo, si potrà notare l’inconsistenza di questi presupposti o, piuttosto, il fallimento del tentativo di rappresentare la realtà circostante con uno sguardo naturalistico. Ciò nonostante, Tozzi utilizza le categorie naturalistiche per scrivere un’originale autobiografia, in quanto nella narrazione si rivela un’impossibilità di comprendere il mondo esterno. Per quanto l’autore possa tentare una narrazione naturalistica, alla quale in parte arriverà, senza tralasciare l’elemento autobiografico, con Tre croci, il suo trauma, la sua malattia, che lo hanno condotto alla narrazione, irrompono nell’atto creativo avviando il romanzo verso nuove direzioni. L’urto tra naturalismo e necessità di espressione dell’io manda in cortocircuito il proposito iniziale, impedendo il racconto autobiografico: «Con gli occhi chiusi è il racconto autobiografico di una storia brutalmente soppressa, una storia che non c’è stata» (Baldacci, Tozzi moderno, p. 35). La trama si sfilaccia e si frammenta in episodi indipendenti l’uno dall’altro. Ogni paragrafo può essere letto singolarmente, perché non si ricollega con quello precedente, e così la vicenda prosegue per episodi, senza snodi narrativi. L’assenza di capitoli numerati fa sì che ogni aspetto della realtà si trovi sullo stesso piano, in modo tale che anche gli elementi apparentemente secondari ai fini narrativi abbiano il diritto di essere rappresentati. Come osserva Baldacci, nella raccolta di saggi intitolata Tozzi moderno, il sotterramento della madre Anna e successivamente quella del cane Toppa, rivelano un parallelismo non casuale: la morte di un animale ha la stessa rilevanza di quella di un’essere umano.

La vicenda

Pietro è un ragazzo che si trova schiacciato da una figura paterna robusta, energica e determinata, il quale cerca di crescere il figlio a propria immagine e somiglianza. Ma egli è del tutto diverso dal padre, non ne condivide né il carattere né gli interessi. Mentre Domenico, il padre, è tutto dedito al lavoro e al guadagno, gli unici due valori che secondo la sua esperienza possono garantire una vita meno grama, Pietro è docile, ha una salute precaria, che spesso lo costringe a letto, e il suo carattere non ha nessuna propensione verso il commercio. Apparentemente svogliato e buono a nulla, la sua mente è sempre sospesa in aria, si distrae facilmente dallo studio e spesso si estranea dalla realtà. La sua condizione esistenziale è proprio quella enunciata dal titolo: stare “con gli occhi chiusi”.

Il titolo è un’importante chiave di lettura del personaggio. Il trauma che egli vive, il soffocamento da parte di una figura paterna come quella di Domenico, lo portano a vivere con gli occhi chiusi. Tentare di capire o muoversi nella realtà da questa condizione, lo conduce a sperimentare una serie dopo l’altra di fallimenti, ad avverare il sospetto del padre che lui sia veramente un buono a nulla. Così, seppure si ostini a continuare gli studi trasferendosi a Firenze, non riesce ad ottenere buoni risultati; tenta di amare Ghisola, ma le sue intenzioni falliscono, forse perché l’amore non è corrisposto o perché Pietro non la ama veramente come dice. D’altronde i suoi sentimenti sono molto confusi e ciò gli impedisce di comprendersi. L’estraneità da sé stesso è proprio una delle cause dei suoi fallimenti.

Nei romanzi di Tozzi, dove l’autobiografia ha una ruolo centrale, si trovano quei sintomi e quei conflitti che caratterizzano la coscienza dell’uomo ordinario di fronte al nuovo secolo.

Dalla prospettiva degli occhi chiusi, la realtà assume le forme di sogno o di incubo. Molto spesso nel romanzo, Pietro sogna ad occhi aperti. Mentre si trova a colloquio con Masa e Giacco, i nonni di Ghisola, Pietro ha questa visione: «Pietro vide un’altra volta quel fumo, e, dentro di sé, come una cosa reale, che gli dette un malessere, la mamma che andava ad un cassetto, in casa, e voleva prendere qualche cosa. Ma tutti s’erano allontanati da lei! E mentr’ella si ostinava, il cassetto spariva nel muro. Allora gli parve di sentire sul volto le sue mani, come un grande bacio, come se le mani lo baciassero». Questa incapacità psicologica di vedere, diventa paura e rifiuto di vedere, perciò egli trasforma in sogno un mondo che prepotentemente impone di essere visto. Per Pietro i personaggi che agiscono sono come figure sbiadite con le quali sente di non avere alcuna relazione.

La sua condizione di cecità è anche la causa dell’impossibilita di spiegarsi i comportamenti degli altri, che appaiono minacciosi agli occhi del protagonista. Come fece notare la scrittrice Francesca Sanvitale nel suo intervento al convegno nazionale, tenutosi a Siena tra il 26 e il 28 ottobre del 2002, pubblicato successivamente nella raccolta intitolata Tozzi: la scrittura crudele, i personaggi nella narrativa tozziana assumono una propria indipendenza rispetto agli intenti dell’autore.

Secondo la scrittrice avviene una disarticolazione narrativa che nega la logica romanzesca, basata su una concatenazione di causa ed effetto, che precedentemente alla stesura erano stati razionalizzati dall’autore. La psiche di Tozzi interviene nel momento della scrittura, muovendo i personaggi secondo logiche che sfuggono alle iniziali intenzioni dello scrittore, ciò porta essi a compiere azioni senza un’apparente motivazione. Esempi di questa indipendenza del personaggio si possono notare nelle reazioni di Pietro di fronte a Ghisola, quando senza un’apparente motivo logico, la spinge, la ferisce o calpesta la sua bambola; oppure, prendendo in considerazione il finale di un altro romanzo di Tozzi, Il podere, quando Berto uccide Remigio, il protagonista, in un momento che inspiegabilmente suscita la furia omicida del contadino. Secondo la Sanvitale, l’autore moderno, di fronte al proprio inconscio, prova un forte senso di debolezza, che ferito a morte da una violenza, capovolge il narratore demiurgo tipico del romanzo ottocentesco. Dunque quando l’io lacerato di Tozzi rappresenta una realtà spaventosa, gli altri che la costituiscono ne vengono sommersi. Si può notare questa irruzione dell’inconscio nel modo in cui vengono condotte le descrizioni fisiche. La costellazione dei personaggi che ruotano intorno a Pietro, da quelli secondari a quelli principali, hanno tutti dei tratti fisiologici brutti, i quali possono simboleggiare un’interiorità degenerata o, piuttosto, un’inesorabile perdita di armonia.

L’emersione della bruttezza

Antonio, un coetaneo di Pietro, con il quale egli si contende per breve tempo l’amore di Ghisola, viene descritto con «la saliva bianca che gli usciva dalla bocca. Anche quando non parlava gli si vedevano tutti i denti di sopra, sani, ma storti: sembrava che li avesse piantati nel labbro. E aveva il naso piegato da una parte»; il volto della ragazza di cui Pietro si innamora è definito «tranquillamente insignificante e sciatto». Ella ha gli occhi «neri come due olive» ed è «quasi magra», anche se successivamente, nel corso della vicenda, assumerà un aspetto più gentile e soave. Questa serie di personaggi brutti non è giustificata da un giudizio negativo dell’autore, in quanto anche le figure di secondo piano, o che ispirano simpatia a Pietro, sono coinvolte in questo procedimento narrativo. I tratti facciali, tuttavia, non sono gli unici aspetti su cui si sofferma lo sguardo del narratore per coglierne le pecche, come se queste denunciassero una possibile minaccia per Pietro. L’altra parte del corpo che rimane scoperta agli occhi degli altri e che ne costituisce la bruttezza, sono le mani. Ad esempio, i contadini sono tutti contraddistinti da mani callose, che non riescono più a piegarsi dopo anni di lavoro manuale. Ma una presunta fedeltà al realismo, in cui i volti avvizziti dei personaggi vengono descritti per denunciarne la condizione riprovevole, non può giustificare la bruttezza con cui vengono colti. Infatti, anche Anna, appartenente ad un ceto sociale superiore, è al centro del mirino del narratore. Proprio quando le assalariate di Poggio a’Meli sono state invitate in casa della padrona per imparare a cucire e mentre elogiano la snellezza e l’agilità delle sue mani, Tozzi le definisce, sotto la luce di una lampada, «piccole e grassocce, con le unghie corte e gonfie», mentre le mani della giovane amata da Pietro perdono la delicatezza e la tenerezza con cui solitamente vengono percepite da un qualsiasi amante, e viceversa, esse divengono «magre e dure».

Come è stato dimostrato precedentemente, la rappresentazione degli altri e del loro aspetto fisico sono determinati da una situazione di sofferenza psicologica dell’autore, che descrive questa costellazione di personaggi dal proprio punto di vista soggettivo. I loro volti si alterano e le fisionomie si deformano, in modo da negare qualsiasi ideale di bellezza o di vita armonica ottocentesca, poiché questi personaggi non sono più simbolo di una morale stabile in grado di giustificare la realtà. I brutti e i loro gesti animaleschi sono nel romanzo di Tozzi tanti esempi disparati che confermano il ritorno di un elemento perturbante e la mancanza di nuovi appigli per far fronte ad una condizione di instabilità.

Dall’uomo all’animale: la perdita del sentimento e della parola

L’equivalenza tra uomo e natura segna la scomparsa dei sentimenti dal romanzo e una regressione dei personaggi verso l’animalesco. Quando il narratore descrive le scene, non rappresenta esplicitamente i sentimenti che circolano negli animi dei personaggi; non essendo conoscibili, egli si sofferma piuttosto a rappresentare l’emersione di alcune pulsioni istintive. È possibile dedurre questa componente della narrativa tozziana nel celebre episodio in cui Ghisola cattura un nido di passerotti. Dopo averli portati in casi e posti sulle ginocchia, li sfama con delle briciole di pane; vuole allevarli ma subito dopo cambia idea: «li voleva far crescere; ma invece le venne voglia di ucciderli, eccitata dal suo terrore… Allora, schiacciò con le dita la testa a tutti; e li cosse dentro al padellino del soffritto». I razionali sentimenti del personaggio sono messi da parte per dare risalto all’aspetto misterioso e incomprensibile di questi atti. Come scompaiono i sentimenti, l’uomo regredisce verso l’animale, in quanto è l’istinto a prendere il sopravvento.

In Con occhi chiusi, infatti, sono numerosissimi i paragoni dei personaggi con figure animalesche. A volte hanno la funzione di spiegarne i sentimenti, altre volte quello di rappresentarne l’aspetto fisico, come avviene nella descrizione degli occhi di Pino, un’avventore della trattoria: «Un occhio non gli voleva stare aperto, e le palpebre battevano insieme come fanno quelle delle civette». Anche gli eccessi di nervosismo di Anna, la madre di Pietro, piuttosto che rivelare un dramma della donna, sono paragonati a innocue rivolte di animali. I personaggi, nelle loro pose selvagge, assumono atteggiamenti animaleschi, in quanto Tozzi, per mostrare come la conversazione è impedita dall’incomprensione, decide di descriverne gli atti piuttosto che i dialoghi. Soppressa la possibilità di comunicare, l’uomo è costretto ad esprimersi con delle azioni. Gli avventori della trattoria che si incamminano a pagare il conto sono descritti così: «si riabbottonavano i calzoni, si riagganciavano gli scheggiali, sputavano, s’urtavano, si scapocciavano, si tiravano i baffi e pagavano il conto andando, a uno per volta, dinanzi al bugigattolo di Anna».

Perfino il rapporto tra Pietro e Ghisola è principalmente costituito da gesti. Pietro, provando dei sentimenti che non riesce ad esprimere, interagisce con la giovane ragazza tramite spinte, dispetti e altri atti più o meno violenti. In questo modo Tozzi rappresenta una realtà in cui gli uomini non comunicano e non si comprendono, e il loro rapporto è costituito da azioni e atti misteriosi, sui quali si sofferma la narrazione, privilegiando quell’ignoto nascosto dietro i comportamenti quotidiani. Quando Pietro torna a Poggio a’Meli, dove si trova Ghisola, la sua emozione non si esprime in parole ma in gesti, che assumono un aspetto violento e apparentemente incomprensibile. Il ragazzo strappa le piante, sbuccia la corteccia di un albero colpendolo con un palo, cattura i grilli e li infilza con gli spilli, e successivamente calpesta la bambola di Ghisola tra l’immondizia. Anche Domenico, il padre di Pietro, è animalizzato: quando la sera finisce di contare i soldi dell’incasso, prende a ginocchiate la porta per assicurarsi che sia chiusa o, quando è soddisfatto del proprio lavoro, batte le mani sul muro. In questa realtà campagnola il gesto diventa più eloquente delle parole.

La regressione dei personaggi verso l’animalità è stata spiegata in svariati modi. Debenedetti osserva come la rappresentazione della realtà è soggetta alle invasioni dei contenuti rimossi dall’io dell’autore. Questi alterano la normale percezione delle cose in modo tale da rendere spaventoso anche ciò che in verità è innocuo. Così, gli altri personaggi, con le loro azioni e il loro aspetto fisico, simboleggiano per Pietro una minaccia alla propria incolumità. Vivendo ad occhi chiusi, egli non riesce a dare una spiegazione dei loro gesti, che si caricano di mistero e di inquietudine. Per Debenedetti, dunque, l’animalizzazione dei personaggi avviene per l’estensione dei turbamenti dell’io del narratore sul mondo esterno. Il trauma dell’autore, consistente nel complesso di castrazione causato dalla repressione della propria identità, soppressa dalla tirannia del padre, conduce Pietro, riflesso dell’io dell’autore, a vivere con gli occhi chiusi come dimostrazione della violenza subita. Egli non è in grado di amare Ghisola, di riuscire nel lavoro o di vivere tra gli altri per colpa del padre, e con la sua inettitudine e il suo insuccesso si vendica nei suoi confronti.

Per Baldacci invece, la regressione del personaggio non è solamente dovuta al complesso di castrazione. Per lui la condizione umana si identifica con quella animale perché è contaminata da un peccato originale irrimediabile. Rendendo l’uomo simile ad una bestia, Tozzi può liberarlo dalla responsabilità delle sue azioni, in quanto la bestia sfugge alla volontà di Dio e del padre e quindi non è responsabile dei suoi errori. Infatti la figura di Dio in Tozzi ha aspetti simili a quella del padre: è un Dio terribile e vendicatore, dalla quale l’uomo vorrebbe fuggire. Sottrarre l’uomo al Dio-padre, poiché tramutato in bestia, consente a Tozzi di sfuggire alle punizioni di questo. Inoltre, la regressione dell’uomo ad animale, può attenuare un ricordo traumatico, in quanto permette a Tozzi di parlare di un evento doloroso, forse ancora non pienamente digerito dalla sua psiche. Per avvalorare questa ipotesi, si può prendere in considerazione la descrizione della morte della madre che, essendo un romanzo autobiografico, aderisce alla realtà dei fatti: «fu trovata con la testa sul pavimento, verso l’armadio che aveva aperto; tutta stesa in avanti; come quegli animali che hanno avuto una calcagnata sul capo». Subito dopo l’inizio della descrizione, l’autore paragona la madre stesa sul pavimento ad un’animale tramortito, compiendo quel abbassamento di responsabilità e di dispiacere che ne consente la narrazione.

Ciò nonostante, i personaggi animali di Tozzi in fondo simboleggiano una difficoltà dell’autore di rappresentare la realtà secondo i metodi naturalistici, con i quali venivano spiegate le cause e i motivi delle azioni e dei sentimenti. Questa capacità viene meno per il particolare stato esistenziale in cui si trova il protagonista, che fa saltare gli ingranaggi della macchina naturalista. Per questo il romanzo si frammenta in episodi e i comportamenti dei personaggi diventano misteriosi e inquietanti. La famosa osservazione di Debenedetti nel saggio Il personaggio-uomo, nella quale afferma che Tozzi descrive in quanto non sa spiegare, coglie l’essenza della narrazione di questo autore.

Una mancata conclusione

Il romanzo, come è stato detto precedentemente, aveva l’intento di raccontare la storia d’amore tra Pietro e Ghisola, e di come Pietro, avendo conquistato una propria morale, sia riuscito ad abbandonare la donna che non l’ha amato, mentre lei, corrotta dal suo animo, finisce nel modo più degradato, in cinta di un uomo che l’ha rifiutata, rifugiata in un bordello. Nondimeno, come osserva Debenedetti, la storia d’amore per Ghisola sembra più la storia di Pietro, del suo rapporto con sé stesso e gli altri. Ghisola, nella prima parte del romanzo, sembra quasi un personaggio di secondo piano. Suscita sentimenti differenti in Pietro ma essi sembrano slegati dalla sua presenza, e si rivolgono direttamente al protagonista. Così, nella prima parte del romanzo, la storia tra i due giovani sembra eclissarsi dietro la storia di Pietro, tanto che a volte Tozzi sente la necessità di ricordare al lettore che effettivamente si sta parlando di una storia d’amore.

Lo scopo della narrazione di Tozzi, quindi, è quello di capire sé stesso e gli altri, riuscire a riscrivere le vicende accadute per riappropiarsi di quei contenuti coatti che emergono dal passato. Per fare ciò, vorrebbe che Con gli occhi chiusi fosse un romanzo di formazione, in cui si possa narrare la graduale presa di coscienza di Pietro che lo conduce a vedere “con gli occhi aperti”. Ma nel corso della vicenda, Pietro non riesce a conquistare una propria morale. Come nota Baldacci, nel romanzo non esiste un’ideologia che possa giustificare la realtà, o alla quale il protagonista possa rimettersi per abbandonare la sua condizione. Perciò egli rimane fino alla fine della vicenda “con gli occhi chiusi”: non si accorge dell’inganno di Ghisola, dei suoi sentimenti nei suoi confronti, e si illude di aver finalmente conquistato il suo oggetto d’amore. Anche se nella seconda parte del romanzo Tozzi ha tentato di rappresentare una conquista morale di Pietro, è proprio la sua persistente condizione di incomprensione che lo salva dal tranello di Ghisola. Grazie ad una morale da “occhi chiusi”, egli si ostina a non giacere con la ragazza fino a dopo il matrimonio, cosicché, paradossalmente, Pietro si salva dall’inganno della ragazza per quella condizione esistenziale che fino ad allora lo aveva portato solamente a fallire.

Dunque, Pietro non riesce a compiere quel processo di formazione, nonostante la volontà dell’autore, e ciò è riscontrabile proprio nelle incertezze di Tozzi sul finale. Non sapendo come concludere la vicenda, in quanto né lui, né tanto meno Pietro, sono riusciti a giungere ad una conclusione riguardo alle vicende del passato, decide di terminare il romanzo con un brusco, e anche improbabile, distacco di Pietro nei confronti di Ghisola. In questo modo, Pietro sarebbe riuscito a prendere coscienza di sé stesso, mentre la ragazza, avendo un animo già di per sé degenerato, non poteva trovare una redenzione finale, ma solamente sprofondare nel più basso girone dell’inferno. Per una conclusione simile, che si avvicina al naturalismo, mancano i presupposti, poiché in tutta la prima parte non vengono poste le basi per una svolta finale del protagonista. Piuttosto, ad ogni paragrafo la storia sembra avere un nuovo inizio, come un circuito che conduce Tozzi a ritornare sui suoi passi e a ricominciare da capo. Egli spesso riprende la narrazione con la descrizione di un personaggio (ad esempio, vengono spesso descritte da capo le caratteristiche fisiche di Domenico) già ben delineato precedentemente, come se mancasse sempre qualcos’altro da dire, e la vicenda fa capolinea al suo punto di partenza, per approfondire nuovamente l’argomento. Ciò dimostra non una difficoltà tecnica dell’autore, ma l’impossibilità di assimilare quei contenuti coatti.  

Il fallimento di Tozzi nel riuscire a raccontare una storia fatta di cause e di conseguenze, in cui i comportamenti dei personaggi sono comprensibili, non lede la riuscita del romanzo; piuttosto mostra l’impossibilità di una presa naturalistica del mondo. Dunque questo romanzo frammentario, privo di procedimenti logici, concentrato sul mistero degli atti della vita quotidiana e sulla bruttezza di quei volti che minacciano l’incolumità del protagonista, fa sì che Con gli occhi chiusi diventi uno dei più alti esempi del romanzo moderno nel panorama italiano dei primi del Novecento.

                                                              di Giacomo Vaccarella


Bibliografia:

G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 2015

G. Debenedetti, Personaggi e destino, a cura di F. Brioschi, Il Saggiatore, Milano 1977

G. Debenedetti, Il personaggio-uomo, Il Saggiatore, Milano 2017

R. Antonelli e M. S. Sapegno, Il senso e le forme: storia e antologia della letteratura italiana, volume IV, La Nuova Italia, Milano 2016

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P. Cesarini, Tutti gli anni di Tozzi, Editore del Grifo, Montepulciano 1982

E. De Michelis, Saggio su Tozzi, La Nuova Italia, Firenze 1936

M. A. Grignani (a cura di), Tozzi: la scrittura crudele, atti del convegno internazionale, Siena, Palazzo pubblico, 24-26 ottobre 2002, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma 2004

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