Narrativa

Il prigioniero del letto

Quando riaprì gli occhi la stanza era ancora immersa nel buio. Era successo di nuovo: da diversi giorni non riusciva a dormire per una notte intera. Si voltò su un fianco reggendosi la testa con la mano e pensò a cosa lo stesse preoccupando. Forse qualche questione lavorativa, ma non ne era convinto. Rimise la testa sul cuscino e si sdraiò. Allungò il braccio verso il comodino per vedere l’ora sul telefono, ma un colpo fermò la mano, che ricadde floscia sul letto. Poiché la sua mente era ancora annebbiata dal sonno, e la stanza talmente scura che nessun oggetto poteva essere distinto, non si curò di capire su cosa la mano fosse andata ad incappare, ma infastidito per non aver ancora scoperto che ore fossero, mosse con più veemenza il braccio verso il comodino. La mano si schiantò nuovamente contro una superficie umida e dura.

«Che diavolo è?» e immediatamente egli recuperò la sua ragionevolezza: «sono certo che qui non ci sia niente se non il mio comodino». Mosse lentamente la mano verso la direzione in cui aveva sbattuto, e nel buio essa parve muoversi a lungo senza toccare nulla, ma poi le punte delle sue dita si posarono su una superficie. Fece scorrere il palmo della mano lungo l’ostacolo. Era ruvido e freddo. Di tanto in tanto dei piccoli fori gli pizzicavano la mano e a tratti sentiva un materiale più spesso e umido che si districava in direzioni diverse. Continuò a palpare la superficie per capirne la larghezza e l’altezza, ma più il suo palmo si muoveva a destro o a sinistra, in alto o in basso, per trovarne la fine, e più il suo cuore si colmava di paura e la sua mente iniziava a vagare tra spaventose idee. Si sedette sul letto e distese le braccia; si alzò in piedi, ma non ci fu nulla da fare: quella superficie fredda si ergeva sudicia senza una fine.

Cadde sul letto terrorizzato. Non poteva credere a quello che stava accadendo. Iniziò a respirare con affanno e sentì le pareti restringerglisi attorno. Voleva muoversi, ma in quel poco spazio che gli restava non riusciva ad allargare le braccia o le gambe; poteva solo sdraiarsi sul letto, oppure alzarsi in piedi: ma per andare dove? Ciò nonostante non era riuscito ancora a capire cosa si ergesse di fronte a lui. In quel momento si ricordò di quel materiale più spesso che aveva sentito tastando la superficie qua e là. Forse seguendolo avrebbe potuto capire cosa fosse quella barriera, ma temeva a toccarla nuovamente; così, immersa nell’oscurità, pareva fosse scomparsa. Si fece coraggio. Distese nuovamente la mano nel buio alla ricerca dell’ostacolo, sperando che questa volta le sue dita giungessero fino al comodino. La mosse lentamente. La mente attendeva che il tatto percepisse il freddo della superficie, ma la mano si muoveva senza intoppi mentre il braccio continuava a distendersi. La paura e l’angoscia che le sue dita potessero toccare qualcosa cresceva a mano a mano che il braccio giungeva alla sua massima estensione. Ora era perfettamente dritto, ma non aveva ancora colpito nulla. Forse si era sbagliato; chissà su quale normale oggetto aveva urtato, e poi la sua mente, disorientata dal buio pesto, doveva aver realizzato un’immagine spaventosa. Piegò leggermente in avanti il petto. I polpastrelli delle dita ebbero una leggera flessione. Allora era tutto vero! Una forte delusione lo assalì e la schiena si incurvò.

Ancora non capiva cosa ci fosse davanti a lui ad impedirgli di scendere dal letto. Era rabbioso per questo. Sì, davanti a lui c’era qualcosa, ormai questo lo aveva appurato, ma che cosa? Con l’indice ritrovò quel materiale più spesso che aveva notato prima. Immersa nell’oscurità sembrava una linea spessa che proseguiva su tutta la superficie. La seguì con l’indice, sperando di poter scovare qualche indizio che lo aiutasse a comprendere. Si accorse che essa faceva uno strano movimento. A volte proseguiva dritto per dritto in orizzontale, altre volte, senza alcun motivo, si slanciava verso l’alto o verso il basso, ramificandosi in più direzioni. Il materiale di cui era composto sembrava più fragile e meno ruvido del resto della superficie; sembrava come se si fosse seccata. Staccò il palmo dalla barriera. Non voleva credere all’immagine che la sua mente aveva disegnato. Non era possibile.

Posò nuovamente la mano sull’ostacolo e il suo indice iniziò a tracciare un piccolo rettangolo, e poi un altro, poco più su, e ancora un altro alla destra di quest’ultimo, e ancora tanti altri rettangoli che si stagliavano uno sopra l’altro. Erano dei mattoni! Era stato imprigionato. Un muro circondava tutto il suo letto. 

Com’era possibile? Chi aveva potuto costruire un muro in una sola notte? e così silenziosamente da non spezzare il suo sonno? L’avevano imprigionato nel suo letto! Non gli rimaneva altro da fare se non dormire per il resto dei suoi giorni? Ma chi era stato? e per cosa lo avevano imprigionato? Tuttavia, per quanto volesse trovare una spiegazione ragionevole, non ne ricavò nulla. La sua mente continuò a vagare irrequieta alla ricerca di soluzioni, passando rapidamente da una all’altra, finché un forte mal di testa lo costrinse a chiudere gli occhi. I pensieri rallentarono e cominciarono a mescolarsi tra loro; poi si tramutarono in rapide immagini sfuggevoli e confuse, finché non si addormentò.

Si svegliò che se ne stava seduto con la schiena appoggiata al muro. Le lenzuola e la trapunta erano state tolte dal letto e ammucchiate in un angolo. Ormai lì dentro iniziava a fare un caldo insopportabile e l’ossigeno pareva essersi notevolmente ridotto. Se non avesse trovato un modo per fuggire sarebbe potuto morire asfissiato. Doveva trovare una soluzione. Forse poteva raggiungere il tetto scalando le due superfici del muro; magari lì c’era un passaggio. Ma questa ipotesi non lo convinse. Non sembrava esserci una via di uscita: non poteva far altro che aspettare di morire soffocato disteso comodamente nel suo letto? Poi si ricordò della famiglia: gli amici! Qualcuno sicuramente sarebbe venuto a salvarlo dopo essersi resoconto della sua scomparsa. Era solo questione di tempo. Questa idea lo sollevò dalla sofferenza che stava vivendo in quel momento. Ma se non avessero fatto in tempo ad arrivare prima che finisse l’aria? Forse erano già al corrente di tutto, e sapevano pure il motivo per cui era stato rinchiuso nel letto. Allora non sarebbero mai venuti a salvarlo e lui sarebbe morto sperando nell’impossibile. Preso dal terrore iniziò a battere con i pugni sul muro sperando che qualcuno lo sentisse. Poi posò l’orecchio sul muro, ma non udì nemmeno un fruscio. Pensò di aver sentito il rumore della solitudine e si sentì abbandonato.

L’impotenza e la disperazione di non poter far nulla per liberarsi traboccarono in un attacco di rabbia. Cominciò a prendere a calci quel coso maledetto che, spuntato fuori all’improvviso, lo aveva condannato a morte e isolato dal resto mondo. Gli diede un calcio, poi un altro e un altro ancora, finché non sentì uno scricchiolio. Si avvicinò alla parete con molta attenzione. Voleva ritrovate il punto esatto dove aveva colpito il muro. Disegnò un nuovo rettangolo con l’indice e si accorse che un pezzo della calce era saltato via. Forse era ancora fresca e poteva essere tolta con facilità. Cercò di grattarne via un altro pezzetto limitrofo con le dita, e quello si spezzò in un baleno. Continuò a staccare pezzetto per pezzetto la calce intorno al mattone, ma nel frattempo i polmoni facevano sempre più fatica ad inspirare aria a sufficienza e il caldo continuava ad aumentare. Buttò in un angolo del letto anche la maglietta del pigiama e continuò rapidamente il suo lavoro. Sentì un altro scricchiolio. Era l’ultimo.

Con l’indice ripercorse l’estremità del mattone e non trovò più nessun segno della calce. Adesso doveva riuscire a trovare la forza necessaria per togliere in qualche modo il mattone dal muro. Lo tastò ed esso sembrava abbastanza fragile. Chiunque lo avesse imprigionato nel letto, aveva usato dei mattoni molto vecchi. L’umidità aveva formato sulla superficie moltissimi fori, che toccandoli nel buio davano la stessa sensazione che si avrebbe potuto avere tastando la superficie trivellata della luna.

Egli si alzò in piedi, e si voltò con la schiena verso il mattone al quale aveva tolto la calce. Appoggiò le mani sul muro di fronte, per potersi reggere con più solidità, e per prendere meglio la mira puntò il tallone sul punto che voleva colpire. E lo colpì, una, due, tre volte, e quello rimase immobile, ma con il quarto calcio si sentì un forte scricchiolio. Si lasciò cadere sul letto. Per via del caldo che lo soffocava e l’ossigeno che si riduceva costantemente, le sue energie si stavano esaurendo. Respirava affannosamente e non sentiva più la freschezza dell’aria scorrergli nei polmoni, ma come un pesce fuori dall’acqua boccheggia inutilmente sperando di poter sopravvivere, egli apriva e chiudeva la bocca senza inspirare nulla. Con le mani andò a palpare il punto che aveva colpito e si accorse che il mattone si era spezzato. Diede un pugno nel mezzo per accentuare la rottura e con entrambe le mani sfilò le due metà.

Come quando uno studente dopo aver passato molti giorni di lavoro dentro casa, nel momento in cui mette il naso fuori dal palazzo e un vento fresco gli accarezza il volto, egli ha la sensazione di percepire un antico ricordo che gli gonfia il petto e, dacché aveva dimenticato l’odore dell’aria fresca, ora può tornare ad assaporarla liberamente. Così, forse, si sarà sentito anche lui quando riuscì a tornare a respirare. Poi staccò le labbra e guardò attraverso il foro del muro, e lo vide. Un incantevole paesaggio. In lontananza si innalzava una collinetta, dove i cespugli della vallata sembravano arrampicarsi con foga verso la cima; e mentre risalivano il pendio, si ergevano e si innalzavano sempre di più, fino a diventare dei grandi alberi che nascondevano tutto il terreno. Il sole splendeva in alto incastonato nel cielo azzurro e solo raramente qualche innocente nuvola bianca si soffermava a brucare nella distesa cristallina. Si sentiva il soffice brusio di un ruscello. Il canto di qualche uccello. E un prato ben curato si srotolava tra il muro e la collina.

Non si chiese come quel paesaggio fosse riuscito a comparire dentro la sua stanza, e che fine avesse fatto quest’ultima, ma ebbe solo il desiderio di raggiungerlo. Afferrò il mattone che era riuscito a spezzare e lo utilizzò come un martello per rompere gli altri e in poco tempo riuscì a creare un foro tanto ampio de poterci passare con tutto il corpo. Per prima infilò la testa, poi le braccia, ma quando si affacciò di fuori si accorse che il terreno si trovava almeno a due metri più in basso di lui e non poteva rischiare da quella altezza di buttarsi di testa. Allora ritornò all’interno del muro, ruppe qualche altro mattone per agevolare il passaggio e da seduto saltò giù.

Assaporava l’aria esalando profondi respiri con il volto rivolto ai raggi caldi del sole e camminava lentamente verso la collina, ascoltando il rumoroso silenzio della vegetazione. Era riuscito a fuggire, e anche se non sapeva dove si trovava, si sentì libero da ogni preoccupazione. Non ebbe la necessità di trovare una spiegazione logica a quello che stava accadendo, ma come incantato proseguiva dritto. Giunse ad un lago, guardò l’acqua. Si tolse il pigiama e si immerse. L’acqua era fresca e cristallina.

«Fii… Fii… Fii… Fii…». Un suono metallico e monotono, che sentì giungere dalla cima della collina, lo destò. Ma forse era solo un uccello, niente di cui preoccuparsi.

Ma rieccolo: «Fii, Fii, Fii… Fii, Fii, Fii… Fii… Fii». Allora guardò in alto sulla collina. Non sembrava ci fosse qualcosa, o almeno lui non riusciva a vedere niente di particolare. Risentì il rumore. Questa volta pareva provenisse da più vicino. Resto a fissare la collina per qualche istante. Tra gli alberi fitti che si stagliavano tutti intorno alla cima, vide una macchia rossa sfuggire nel verde. Poi qualche metro più in basso a destra dal punto che stava osservando, vide luccicare tra i tronchi degli alberi un oggetto argentato, ma scomparve immediatamente. Ora il suono metallico sembrava si fosse avvicinato ancora di più, e poteva sentirlo in maniera distinta e continua: «Fii… Fii… Fii… Fii… Fii, Fii, Fii… Fii, Fii, Fii… Fii… Fii». Uscì dall’acqua continuando a fissare la cima della collina. Tutto sembrava immobile come prima, finché dall’ultima fila degli alberi che segnava l’inizio del bosco spuntò un uomo, e a poca distanza dietro di lui ne apparve un altro, e poi un altro e un altro ancora; in tutto erano sei e scendevano giù per la collina in fila indiana. Indossavano degli stivaletti argentati alti fino al ginocchio, dei pantaloni neri e un giubbotto rosso che all’altezza dei fianchi si allargava verso l’esterno come una corta gonna rigida. Un capello con una visiera rivolta verso il basso, che girava tutta intorno alla testa, ne copriva i volti, rendendo impossibile distinguerli l’uno dall’altro. Infine, dalle loro bocche, luccicava la catenella di un fischietto. Essi correvano giù per la collina zigzagando come fanno gli allievi di una scuola di scii, e sollevavano le ginocchia fino all’altezza della vita e i pugni fino a quella delle tempie.

Inizialmente egli non comprese cosa e chi fossero quei strani personaggi che scendevano in quel modo bizzarro dalla collina. Effettivamente non sembrava neanche che ce l’avessero con lui. Ma quel suono incessante e acuto che ne accompagnava la corsa, avvicinandosi si ingrandiva e si ergeva come una minaccia pronto a colpirlo. Il terrore e l’angoscia che provava guardandoli non avevano origini precise e forse, se la situazione fosse stata diversa, non ne avrebbe neanche avuto paura. Ma lì c’erano solo lui e loro e nient’altro. D’un tratto, quel luogo ameno e la piacevolezza da cui si era fatto avvolgere, erano divenute minacciose e brutali. Tutto si rivolgeva contro di lui.

Iniziò a correre. Correva velocemente. I suoi piedi scivolavano sul prato come se a mala pena lo toccassero e non si sentiva affatto affaticato dalla corsa: la paura verso quella minaccia incomprensibile era più forte della stanchezza fisica. Continuò a scappare ma poi si fermò di colpo: da quanto tempo non sentiva più il fischio di quei uomini? Durante la corsa aveva dimenticato di farci caso. Ormai doveva averli seminati! Tuttavia voleva essere certo che non lo raggiungessero, così continuò la sua fuga per qualche altro metro. Quando finalmente si fermò respirava senza affanno. Si voltò indietro e non vide nulla. Il prato, il lago e gli alberi erano immobili. «Fii… Fii… Fii… Fii…», quel suono stridulo tornò a pressargli i timpani e il cuore spaventato iniziò a battergli ferocemente nel petto. Il panico gli confuse la mente e rimase immobile non riuscendo a decidere in quale direzione scappare. Dietro ad un albero sparso qua e là nella distesa d’erba apparvero nuovamente i sei uomini in fila indiana che correvano nel loro solito modo. «Fii, Fii, Fii… Fii, Fii, Fii… Fii… Fii…». Nessuno di loro sembrava affaticato, nessuno di loro aveva accelerato il passo per raggiungerlo. Correvano a zig zag verso di lui ed erano molto vicini. Allora egli riprese a correre immediatamente, cercando di ritrovare la stessa velocità di prima. Ma ora faceva estremamente fatica e non riusciva a muoversi con agilità. Sentiva il fischio ingrandirsi alle sue spalle senza indugio o perplessità o timore. Accelerò l’andatura, ma più egli tentava di correre veloce e più le sue gambe lo tradivano. I suoi piedi ora sembravano affondare nel terreno come se stesse correndo su un campo di sabbia. Tra lui e loro non c’era alcuna lotta, nessun vincitore da stabilire. «Fii… Fii… Fii… Fii» e vide la fila di uomini sorpassarlo a destra. Abbassò la testa verso il basso per lo sforzo che continuava a chiedere a sé stesso, e vide i suoi piedi che non riuscivano più a poggiarsi dritti sul terreno. Come se non ne avesse avuto più il controllo, atterravano uno da una parte e uno dall’altra. «Fii, Fii, Fii… Fii, Fii, Fii… Fii… Fii». I sei uomini lo sorpassarono a sinistra correndo nel senso opposto al suo. Chiuse gli occhi. Poteva quasi sentire la stretta di una delle mani degli agenti che da un momento all’altro lo avrebbe afferrato, finché non cadde in una fontana ricoperta di margherite. Rimase qualche istante sott’acqua e poi riemerse. I sei uomini avevano circondato la fontana. Sentiva i loro occhi fissarlo da sotto la visiera dei cappelli. Tutto intorno c’era il rumoroso silenzio della natura. Sentì il ruscello versarsi nel lago. «FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII».

di Giacomo Vaccarella

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